martedì 19 febbraio 2008

Bravo, Piroso!

"Niente di personale", La7, 18 febbraio.

Antonello Piroso ospita in studio il cantautore Ivano Fossati, e l’intervista si fa occasione per sfiorare in maniera originale il tema dell’immigrazione. Nessun dibattito surriscaldato. Poche parole – ma che colpiscono nel segno più di lunghi discorsi. "Dovremmo cambiare il nostro atteggiamento mentale, ed aprire le frontiere", suggerisce Piroso. Aggiungendo: "Certo, in una maniera...", e fa un gesto con le mani come a dire: "...non un’apertura abbandonata a se stessa".

Tutto qui? Un’immigrazione controllata, la sua proposta? Niente di originale nel suo contributo, allora. Il contrario, invece. Piroso dice qualcosa di nuovo – di nuovo nel dibattito televisivo, almeno. Perché per lui quella dell’immigrazione non deve essere questione ideologica, bensì amministrativa. Ed in senso amministrativo "controllata e regolamentata" acquisiscono significato diverso da quello che hanno nel campo delle ideologie politiche.

Piroso è per un’immigrazione, insomma, che sia regolamentata così come è regolamentato ogni settore dell’amministrazione di uno stato. Una regolamentazione che non sia un "chi può entrare e chi no" (regolamentazione politica); bensì: "cosa deve fare uno che volesse entrare". Un po’ come quando ci si reca in un qualsiasi ente pubblico per il rilascio di documenti o certificati: allo sportello non si chiede se si possa ottenere o meno quel determinato atto - si chiede, al contrario, quale prassi burocratica sia necessario seguire per averlo.

Ed è abbassando il livello dal piano politico-ideologico a quello amministrativo che Piroso può permettersi di suggerire quell’ "apriamo le frontiere" senza rischiare di apparire un estremistra. Ed è per questo, pure, che per dire tanto gli sono sufficienti poche parole. Parole, a loro volta, tanto efficaci proprio perché non sono pronunciate da un fanatico radicale che dice quel che dice perché è suo compito dirlo – mentre agli altri spetta lasciare che parli e che svolga il suo ruolo senza bisogno di dargli troppo credito. Ma parole figlie del buon senso, invece. Di quel buon senso che ben si accompagna alle questioni di civiltà.

Daniele Sensi

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