lunedì 3 marzo 2008

B.-H.L.: “Giusto riconoscere il Kosovo. Parola di anticomunitarista"

Il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo può costituire un cattivo precedente?

In vero la preoccupazione non riguarda tanto il verbo secessionista leghista. Anzi, la Lega Nord (Borghezio a parte) è parsa imbarazzata di fronte alle vicende kosovare. Perché, si sa, per i leghisti l’irredentismo albanese in quella regione è da considerarsi illegittimo, poiché rivendicato da chi di quella regione non sarebbe originario – ma come spiegarlo, nello spazio di uno slogan, ad una base che proprio dagli slogan si aspetterebbe di essere infiammata?

Comunque è evidente che le vicende balcaniche in corso tornano a porre degli interrogativi, soprattutto a chi osteggia il culto del suolo, delle radici e delle comunità.
Perché pare ci siano momenti in cui la secessione diviene l’unica soluzione, ed in cui alla comunità internazionale si chiede di non ripetere la vigliaccheria dimostrata durante la guerra di Bosnia, quando i "secessionisti" di Sarajevo vennero lasciati soli, sotto l’assedio delle milizie e para-milizie di Milosevic.

Sulla questione interviene, questa settimana, l’anticomunitarista Bernard-Henri Lévy , che sul settimanale francese Le Point firma un efficace intervento. Ne traduco l’ultimo parte:

"L’indipendenza del Kosovo sarà un esempio per tutti gli irredentismi europei? Forse. Nessuno lo sa. Ma ciò che si sa, invece, è che ci sono delle indipendenze giuste, nel senso in cui lo si dice di certe guerre. Quando vi hanno umiliato. Massacrato. Epurato etnicamente. Quando hanno violentato metodicamente le vostre donne. Bruciato non meno metodicamente le vostre case. Quando hanno assassinato freddamente, come a Katyn, tutti gli abitanti di un intero villaggio. Quando hanno costretto all’emigrazione forzata un milione dei vostri. Trasformato il vostro paese in rovine. Quando vi hanno, in una parola, nel corso di decenni, reso impossibile la vita. Là, sì, la secessione è un diritto. Là, sì, l’indipendenza è la sola ed ultima delle soluzioni.

So cosa ne pensano i Serbi, anche quando sono antitotalitari e democratici. So che sono sinceri quando contestano: "sì, d’accordo; ma noi? la nostra memoria? i nostri monasteri? la nostra genealogia reale e leggendaria? la nostra patria spirituale? la nostra culla?". Ma è prima, amici, che ci si doveva inquietare. Prima del disastro. Prima della distruzione, perpetrata a vostro nome, del vivere insieme jugoslavo. Prima della lunga e criminale follia che ha fatto che i vostri dirigenti abbiano trasformato, ahimè, la culla in tomba.

Oggi il male è fatto. E voi non avete, ora, che un diritto. Quello di vedere i Serbi restati in Kosovo viverci liberi, uguali e, naturalmente, in sicurezza. Sotto la protezione di un nuovo Stato. E sotto quella, se necessario, della comunità internazionale."

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