Nell'aula della Camera tornano i "pianisti", ovvero i deputati che votano per altri colleghi assenti. Stavolta a votare per il collega Ettore Pirovano, leghista, presidente della Provincia di Bergamo assente dall'aula, è stato Nunziante Consiglio, ex sindaco di Cazzano Sant'Andrea anche lui leghista.
Pirovano non ha dato le proprie minuzie, cioè le impronte digitali sulla base delle quali funziona il sistema di voto inaugurato nel marzo scorso, che impedisce lo "scambio" dei parlamentari votanti.
Il presidente Gianfranco Fini ha ordinato il ritiro della sua tessera di voto.
Pirovano lunedì 27 luglio non era in aula, ma alla prima votazione sugli ordini del giorno al decreto anticrisi il suo voto risulta.A votare al suo posto è stato visto Nuinziante Consiglio, geometra del Carroccio nato a Montoro Inferiore (Avellino) e vice sindaco di Cazzano Sant'Andrea, allungare la mano e schiacciare il pulsante del collega il cui posto è accanto al suo.
Agli atti parlamentari risultava sia il voto di Nunziante Consiglio sia il voto di Ettore Pirovano.
La scena non deve essere sfuggita al presidente Fini che ha chiesto, nello stupore dei deputati, ai commessi di "ritirare la tessera dell'onorevole Pirovano". Dopodiché ha aggiunto: "Ricordo che qui non si vota per interposta persona, specialmente per i colleghi che non hanno dato le proprie minuzie".
Poco dopo al banco della presidenza Fini è stato raggiunto dal capogruppo della Lega Roberto Cota, che si è evidentemente andato a scusare per l'accaduto.
Le ronde, aveva rassicurato il Governo (in risposta alla “preoccupazione” espressa da Napolitano all’atto della promulgazione della legge sulla sicurezza), saranno organizzate da associazioni che “non siano riconducibili a partiti e movimenti politici”. Lo prevede il decalogo dei “volontari per la sicurezza” reso noto dal ministro dell’Interno Roberto Maroni la settimana scorsa. Non solo le associazioni, ma gli stessi volontari non potranno appartenere ad organizzazioni politiche.
Domanda: com’è che a Milano, per addestrare suddetti volontari, sta per prendere il via una scuola di formazione su iniziativa di un’associazione, i Volontari verdi, il cui presidente onorario è Mario Borghezio? E com’è che in queste ore Radio Padania sta invitando i suoi ascoltatori ad iscriversi a tali corsi anche se tesserati alla Lega?
Sostiene, oggi, Napolitano, che chi lo critica per aver promulgato la legge sulla sicurezza “invoca poteri e doveri che il Presidente della Repubblica non ha”. Rileggiamoci allora giusto l’incipit della lettera (indirizzata al Governo e ai presidenti di Camera e Senato) con la quale lo stesso Napolitano ha accompagnato quella promulgazione.
Esso recita: “Al Presidente della Repubblica non spetta pronunciarsi e intervenire sull'indirizzo politico e sui contenuti essenziali di questa come di ogni legge approvata dal parlamento”. Peccato che tale dichiarazione d’impotenza venga però affidata ad una missiva che sollecita (nel testo si parla proprio di “sollecitazioni”) il Governo a tener conto delle “perplessità” e delle “preoccupazioni” del Capo dello Stato.
Una missiva, dunque, tramite la quale il Presidente della Repubblica si pronuncia su di una “legge approvata dal parlamento” nello stesso momento in cui nega che ciò sia in suo potere. Perché allora non pronunciarsi diversamente, ad esempio rinviando la legge alle Camere? Al Capo dello Stato non dev’essere evidentemente sfuggito come una epistola, per quanto autorevole, non abbia lo stesso peso di una firma apposta in calce ad un provvedimento legislativo.
E poi c’è un altro passaggio, di quella lettera, che desta inquietudine, quello in cui dichiarando di aver “ritenuto di non poter sospendere in modo particolare l’entrata in vigore di norme - ampiamente condivise in sede parlamentare - che rafforzano il contrasto alle varie forme di criminalità organizzata”, Giorgio Napolitano sembra lasciar intendere che lui, quella legge, avrebbe realmente potuto rispedirla al mittente, ma che se ne sia astenuto al fine di non ostacolare l’entrata in vigore di alcune nuove norme contro la mafia ed affini. Che si vuole che valgano i diritti di anonimi migranti rispetto all’esemplare opera di contrasto alle italiche gomorre?
Ma poi, cos'altro ci si poteva aspettare da parte di chi istituì, nel 1998, da ministro dell'Interno, i Centri di detenzione per migranti?
(Nella foto in alto: il Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, stringe la mano ad un campione di democrazia e di diritti umani)
Va bene che oramai ci si è forse rassegnati all’assurdità di un Governo la cui composizione nemmeno a Paperopoli, tuttavia certe affermazioni non dovrebbero poter incontrare l’indifferenza delle istituzioni del Paese, istituzioni la cui dignità ed il cui senso del decoro devono essersi persi per strada, magari di ritorno da un thè alla menta con un qualche tiranno nordafricano:
Venezia, 18 lug. (Adnkronos/Ign). Bossi annuncia: "Presto Venezia capitale della Padania". "Sono anni che vengo a Venezia. Questa città mira a diventare la capitale della Padania". Così Umberto Bossi, leader della Lega Nord, arrivando oggi a Venezia per la festa del Redentore . "Noi -ha detto Bossi- vinciamo sempre e sono certo che presto arriverà la Padania e presto Venezia ne sarà la capitale". A festeggiare il Redentore a Venezia c'è gran parte dello stato maggiore della Lega Nord. Su una grande barca, allestita per l'occasione della "festa famosissima" si sono presentati per una cena tipica veneziana insieme a Bossi, Roberto Calderoli e Roberto Cota.
Ora, quest’uomo, Umberto Bossi, è un ministro della Repubblica, che alla Repubblica e alla sua Costituzione (indivisibilità territoriale, Roma capitale…) ha prestato giuramento di fedeltà. Domanda: perché mai, noi, semplici cittadini, dovremmo rispettare le leggi partorite da gente che la stessa legge fondamentale dello Stato sfacciatamente tradisce? E quale autorevolezza questo Stato, al di fuori del quale tendono a situarsi le sue stesse istituzioni, può ancora esibire?
Attenzione, perché quando l’autorevolezza viene meno il governante si fa Principe - e per imporre la propria autorità non gli resta che l’autoritarismo.
(Nella foto in alto: il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, stringe la mano al garante della Costituzione padana)
Dunque Beppe Grillo ce l’ha fatta, ed è riuscito ad iscriversi al Pd. Ne sono felice. Non condivido granché della sua offerta programmatica, e non solo per i toni populistici, ma anche, e soprattutto, per ciò che essa non dice su temi come l’immigrazione, riguardo ai quali, però, temo che i grillini non si discosterebbero nemmeno troppo dal più moderato dei leghisti. Tuttavia davvero era poco comprensibile perché Grillo no e la Binetti sì.
S’erano tirati in ballo i vaffa lanciati al Partito e ai suoi dirigenti. Ma se realmente questo dovesse essere motivo ostativo al tesseramento, quante altre tessere andrebbero rifiutate o ritirate? Quando un partito non compie il proprio dovere e si mostra timido o "disponibile" con i portatori di Barbarie, sono proprio i vaffa dei semplici iscritti a salvare l'onore della baracca.
Che Beppe Grillo riesca quindi a correre per le primarie, e che personaggi come Fassino tremino e rosichino per alcuni mesi: sarebbe già un’impagabile soddisfazione, questa, per gente come me, che Grillo non lo voterebbe mai.
VENEZIA, 10 LUG - La Corte di Cassazione ha confermato la sentenza di condanna a due mesi, con sospensione condizionale della pena, nei confronti di Flavio Tosi, sindaco di Verona, per propaganda di idee razziste.
La vicenda risale al 2001, quando Tosi era consigliere regionale e organizzò una raccolta di firme per sgombrare un campo nomadi abusivo nel capoluogo scaligero. Tosi era stato querelato da sette nomadi sinti e dall’Opera nazionale nomadi. La sentenza della corte d’appello di Venezia è stata pronunciata il 20 ottobre dello scorso anno. Già in primo grado, nel dicembre 2004 Tosi e altri cinque esponenti della Lega nord erano stati condannati per discriminazione razziale a sei mesi. Il 30 gennaio del 2007 la corte d’Appello di Venezia aveva ridotto le pene a due mesi, assolvendoli dall’accusa di odio razziale.
Il verdetto era stato poi parzialmente annullato dalla Cassazione - con il mantenimento però dell’assoluzione per l’ipotesi di odio razziale - e rinviato a nuovo esame, sempre a Venezia.
Un appello alle vittime della propaganda xenofoba: laddove possibile, querelate, querelate, querelate!
Una breve registrazione di Radio Padania. Che non ha bisogno di troppi commenti. E contro la quale nemmeno serve appellarsi ad una riprovazione del tipo: ehi, voi del PdL, come la mettete con queste affermazioni dei vostri alleati?. Perché non si tratta, stavolta, di dichiarazioni in odore di xenofobia o, peggio, di razzismo.
Si tratta sempre di qualcosa di indecente, certo. Contro cui, però, può essere opposta solo frustrazione, poiché tale indecenza, dal governo, è appena stata legalizzata.
Scoprire che esisteva gente che non aspettava altro che l’introduzione del reato di clandestinità per fare come Marco di Mantova, un ascoltatore di Radio Padania, che telefona in diretta, durante la trasmissione di Matteo Salvini, per porre una domanda che chissà da quante notti non ci dormiva:
Se io sono sicuro della presenza di uno o più clandestini in un appartamento, che devo fare per farli arrestare?
Cittadino esemplare. Che quando Salvini gli dice di rivolgersi alla Polizia, nemmeno ci crede che il suo contributo al risanamento della comunità possa finire lì, e allora cerca una rassicurazione (“prima di segnalarli non devo fotografarli, quei clandestini?”) dal malcelato sapore di implorazione: fatemi godere ancora un po’.. datemi modo di accanarmi, pure io, su quella gentaglia.. non lasciatemi fuori dal gioco proprio ora che il gioco si faceva divertente…
Ed intanto, forse, già c’è chi prepara soffitte sopra fabbriche di spezie in attesa che il delirio sia passato. Se mai passerà.
In che occasione Berlusconi ha parlato di camping? E cosa ha detto di invidiare ad Obama? Ed ancora: Veronica Lario, prima di conoscerlo, faceva l’attrice o la escort? Queste sono solo alcune delle domande a risposta chiusa proposte dal settimanale francese l’Express ai suoi lettori (e ai capi di Stato in visita in Italia per il G8).
Conoscete bene il vostro Berlusconi?, è il titolo del questionario – accesso diretto dalla sezione esteri del sito, tra le news (mica di lato, in sidebar). Le domande spaziano dagli argomenti più leggeri (Qual è l’altro soprannome del Cavaliere? Sua Altezza, Sua Eminenza, sua Pizza Regina o Sua Emittenza?), ad altri più “tecnici” (Come si chiama il suo nuovo partito? Popolo della libertà, Forza Italia o… Forza Vespa?), passando per quelli più amari: David Mills, suo ex avvocato, è stato condannato a 4 anni e mezzo di prigione per falsa testimonianza. Berlusconi non è al momento coinvolto nel procedimento giudiziario perché le prove lo hanno scagionato o perché ha fatto votare una legge che lo mette al riparo per tutta la durata del suo mandato?
L'interesse dell’Express per il premier italiano continua in edicola. Titolo di copertina del numero di questa settimana: "Inchiesta sul buffone d’Europa: Berlusconi".
clicca per ascoltare un estratto della trasmissione di Radio Padania
Non sono solito ripostare, per intero, articoli o commenti apparsi altrove: preferisco citare, o linkare (sempre che non si tratti di contributi della Rete francese, che qui pubblico traducendoli). Stavolta faccio un’eccezione. E ripropongo, integralmente, un pezzo di Adriano Sofri. Non perché Sofri e La Repubblica (su cui, lo scorso venerdì, all’indomani dell’approvazione del pacchetto sicurezza, il pezzo è apparso) abbiano bisogno del sostegno d’un blog che ha poco più di un anno di vita alle spalle, ma come personale atto di testimonianza.
Perché quando un europarlamentare (il leghista Matteo Salvini), su una radio di cui è direttore (Radio Padania) gioca la carta del discredito definendo (per due volte) Adriano Sofri un "ex brigatista" (salvo correggere, minuti dopo, quando un suo ascoltatore lo mette in guardia da possibili querele, l’"improprietà di linguaggio", lasciando tuttavia intendere che, in fondo, Lotta Continua e le Brigate Rosse siano state organizzazioni piuttosto simili), nel corso di una trasmissione dal detestabile leitmotiv (la rivendicazione di una pena, non dichiarata ma tacitamente condivisa, che vada a sommarsi a certe condanne giudiziarie e che privi il condannato, ad esempio, della possibilità di pubblicare su riviste o quotidiani), coloro che hanno a cuore lo stato di diritto non dovrebbero tentennare neppure un attimo, dimostrando di sapere bene dalla parte di chi andare a schierarsi, anche quando il nome possa magari apparire troppo "ingombrante".
Tra l’altro, nel suo pezzo, Sofri cita anche la radicale Rita Bernardini, "una benemerita visitatrice di carceri". Mesi addietro l’emittente del Carroccio se l’era presa pure con lei, rea di preoccuparsi delle condizioni di detenzione di gente che un parlamentare, invece, dovrebbe prendere (cito) "a calci in faccia". Tutto si lega. Così come per i migranti (cui rendere la vita impossibile) si tratta della stessa tentazione: piegare lo stato di diritto ai miasmi dell’eccitazione popolare.
Ma attenzione, perché quello stato di diritto non è organizzato a compartimenti stagni: se esso scricchiola per taluni, scricchiola per tutti. E dopo gli stranieri, i carcerati e gli “asociali” sarà la volta dei semplici cittadini che non si adeguano.
Daniele Sensi
Ora l'Italia è più cattiva di Adriano Sofri
Variando Pietro Nenni ("Da oggi siamo tutti più liberi") il governo ieri ci ha dichiarati tutti più sicuri. Da ieri, siamo tutti più insicuri, più ipocriti e più cattivi. Più insicuri e ipocriti, perché viviamo di rendita sulla fatica umile e spesso umiliata degli altri. Infermieri e domestiche e badanti di vecchi e bambini, quello che abbiamo di più prezioso (e di prostitute, addette ad altre cure corporali), e lavoratori primatisti di morti bianche, e li chiamiamo delinquenti e li additiamo alla paura.
Ci sono centinaia di migliaia di persone che aspettano la regolarizzazione secondo il capriccio dei decreti flussi, e intanto sul loro lavoro si regge la nostra vita quotidiana, e basta consultare le loro pratiche di questura per saperne tutto, nome cognome luogo di impiego e residenza, nome e indirizzo di chi li impiega.
La legge, vi obietterà qualcuno, vuole colpire gli ingressi, non chi c'è già: non è vero. La legge vuole e può colpire nel mucchio. È una legge incostituzionale, non solo contro la Costituzione italiana, ma contro ogni concezione dei diritti umani, e punisce una condizione di nascita - l'essere straniero - invece che la commissione di un reato. Dichiara reato quella condizione anagrafica. Ci si può sentire più sicuri quando si condanna a spaventarsi e nascondersi una parte così ingente e innocente di nostri coabitanti? Quando persone di nascita straniera temano a presentarsi a un ospedale, a far registrare una nascita, a frequentare un servizio sociale, o anche a rivolgersi, le vittime della tratta, ad associazioni volontarie e istituzionali (forze di polizia comprese) impegnate a offrir loro un sostegno. Quando gli stranieri temano, come avviene già, mi racconta una benemerita visitatrice di carceri, Rita Bernardini, di andare al colloquio con un famigliare detenuto, per paura di essere denunciato? Lo strappo che gli obblighi della legge e i suoi compiaciuti effetti psicologici e propagandistici provoca nella trama della vita quotidiana non farà che accrescere la clandestinità, questa sì lucrosa e criminale, di tutti i rapporti sociali delle persone straniere. È anche una legge razzista?
Si gioca troppo con le parole, mentre i fatti corrono. Le razze non esistono, i razzisti sì. Questa legge prende a pretesto i matrimoni di convenienza per ostacolare fino alla persecuzione i matrimoni misti, ostacola maniacalmente l'unità delle famiglie, fissa per gli stranieri senza permesso di soggiorno una pena pecuniaria grottesca per la sua irrealtà - da 5 a 10 mila euro, e giù risate - e in capo al paradosso si affaccia, come sempre, il carcere. Carcere fino a tre anni per chi affitti una stanza a un irregolare: be', dovremo vedere grandiose retate. Galera ripristinata - bazzecole, tre anni - a chi oltraggi un pubblico ufficiale: la più tipicamente fascista e arbitraria delle imputazioni. Quanto alle galere per chi non abbia commesso alcun reato, salvo metter piede sul suolo italiano, ora che si chiamano deliziosamente Centri di identificazione e di espulsione, ci si può restare sei mesi! Sei mesi, per aver messo piede.
Delle ronde, si è detto fin troppo: e dopo aver detto tanto, sono tornate tali e quali come nella primitiva ambizione, squadre aperte a ogni futuro, salvo il provvisorio pudore di negar loro non la gagliarda partecipazione di ammiratori del nazismo, ma la divisa e i distintivi.
Tutto questo è successo. Ogni dettaglio di questo furore repressivo è stato sconfessato e accantonato nei mesi scorsi, spesso per impulso di gruppi e personalità della stessa maggioranza, e gli articoli di legge sono stati ripetutamente battuti nello stesso attuale Parlamento introvabile. È bastato aspettare, rimettere insieme tutto, e nelle versioni più oltranziste, imporre il voto di fiducia - una sequela frenetica di voti di fiducia - e trionfare. Un tripudio di cravatte verdi, ministeriali e no, con l'aggiunta di qualche ex fascista berlusconizzato. (Perché non è vero che il berlusconismo si sia andato fascistizzando: è vero che il fascismo si è andato berlusconizzando). La morale politica è chiara. Il governo Berlusconi era già messo sotto dalla Lega ("doganato": si può dire così? Doganato dalla Lega). Ora un presidente del Consiglio provato da notti bianche e cene domestiche è un mero ratificatore del programma leghista. Ma la Chiesa cattolica, si obietterà, ha ripetuto ancora ieri il suo ripudio scandalizzato del reato di clandestinità e la sua diffidenza per le ronde e in genere lo spirito brutale che anima una tal idea della sicurezza. Appunto. Berlusconi è politicamente ricattabile, ma non da tutti allo stesso modo. Dalla Lega sì, dalle commissioni pontificie no, perlomeno non da quelle che si ricordano che il cristiano è uno straniero.
Un ultimo dettaglio: le carceri. Mai nella storia del nostro Stato si era sfiorato il numero attuale di detenuti: 64 mila. Dormono per terra, da svegli stanno ammucchiati. La legge riempirà a dismisura i loro cubicoli. Gli esperti hanno levato invano la loro voce: "Le carceri scoppiano, c'è da temere il ritorno della violenza, un'estate di rivolte". Può darsi. Ma non dovrebbe essere lo spauracchio delle rivolte, che non vengono, perché nemmeno di rivolte l'umanità schiacciata delle galere è oggi capace, a far allarmare e vergognare: bensì la domanda su quel loro giacere gli uni sugli altri, stranieri gli uni agli altri. La domanda se questi siano uomini.
Monsignor Agostino Marchetto è il segretario del Pontificio consiglio per la pastorale dei migranti. Giovedì scorso aveva espresso “dolore e dispiacere” per l’approvazione definitiva del ddl sicurezza. Venerdì mattina Matteo Salvini, eurodeputato della Lega, ha ritenuto opportuno telefonargli, durante una diretta di Radio Padania Libera.
Ripropongo l’audio della telefonata.
Da una parte la scanzonata insolenza di chi riesce a parlare del destino di chissà quante vite quasi si trattasse di una partita a rubamazzetto; dall’altra la composta e severa pacatezza di chi avvertendo la Barbarie avanzare non riesce nemmeno a gridare, perché troppo orribile è quanto vede prospettarsi all’orizzonte.
In coda alla registrazione, l’intervento di un altro conduttore di punta di Radio Padania, Leo Siegel, che plaude alla perspicacia di un ascoltatore: la Chiesa alzerebbe la voce contro la politica securitaria del governo per puro interesse, poiché la diminuzione del numero dei migranti si tradurrebbe, per enti quali la Caritas, in un minor afflusso di fondi.
Facciamo qualcosa contro il Pacchetto Sicurezza. Cioè, parliamo di noi, perché proprio non riusciamo a smettere, ma parliamo anche di un Paese cattivo e stupido come quello che stiamo diventando. Facciamolo. E, se ci riusciamo, in questi mesi di dibattito, cerchiamo anche di elaborare una proposta sull'integrazione e sulla sicurezza dei cittadini italiani e stranieri di cui parlare per i prossimi anni.
Ha ragione Civati. Ma la frustrazione è tanta. L’impressione è che noi si abbia (o si debba avere) un bel da fare per contestare, impugnare, firmare appelli, promuovere manifestazioni… ma poi? Il Governo continua a governare, e le leggi vengono promulgate ugualmente, solo con un po’ di mal di stomaco in più per buona parte del Paese. Perché il Parlamento è sovrano, nonostante le piazze e nonostante i nostri blog, nuovi Don Chisciotte contro i mulini a vento. E perché un’indignazione che non sa (e che non ha saputo) tradursi in mandato elettorale poco può fare a fronte della Barbarie che, in questa parte di mondo, ha già dimostrato di sapersi servire, con disinvoltura, dei meccanismi democratici per, democraticamente, trascinare gli uni nella disperazione, e gli altri nella vergogna di sé (in quanto popolo e nazione).
I pochi post in queste ore dedicate dalla blogosfera all’approvazione del ddl sicurezza non sono segno di distrazione o di indifferenza: sono testimonianza di quel silenzio che dinanzi all'abisso taglia le gambe e toglie il fiato, loro malgrado , agli “uomini di buon volontà”. Chissà che questi, un giorno, non siano destinati ad essere definiti “Giusti”. Segno che l’infamia, definitiva, ci attende.