mercoledì 10 marzo 2010

Eric Valmir (Radio France): "In Italia siamo alla morte della Politica"

Eric Valmir, corrispondente della radio pubblica francese, affronta finalmente l'imbarazzante situazione italiana di questi giorni. Calandosi direttamente nei panni di madame la Politica, di cui la campagna elettorale in corso starebbe decretando il decesso a seguito di una lunga agonia, però, che partirebbe da lontano, ben prima della discesa in campo di Berlusconi. Un deicidio laico che vedrebbe tutti coinvolti, sinistra compresa.

Un po' lo stesso argomento che Dominique Moïsi proponeva lunedì scorso sul quotidiano finanziario francese Les Echos. Sebbene lì ancor prima che di crisi politica si parlasse di una pregressa crisi istituzionale:
Silvio Berlusconi non è all'origine dei problemi dell'Italia. E' solo il rivelatore e l'acceleratore delle debolezze istituzionali di un paese che, dalle origini, è ancora alla ricerca di sè. La nazione italiana non è riuscita a dotarsi di uno Stato degno della propria eredità storica e culturale. Essa è passata dal troppo poco Stato al troppo Stato durante la tragica parentesi del fascismo, per poi approdare ad uno Stato disfunzionale.
Lo stesso Moïse tuttavia aggiungeva:
Ciò che si è fatto problematico è la vera e propria deriva dello Stato di diritto in un paese che è stato tra i membri fondatori della costruzione europea. Berlusconi rappresenta un'offesa alla memoria di uomini come Alcide De Gasperi, il contemporaneo italiano di Robert Schuman e di Konrad Adenauer, non più solo per ciò che "é", bensì per ciò che "fa". Facendo decretare leggi sull'immunità che proteggano lui e i suoi uomini da ogni attacco del potere giudiziario, Silvio Berlusconi introduce nell'Unione europea una differenza non più solo quantitativa, ma qualitativa, tra l'Italia e il resto dei paesi fondatori dell'Unione.
Come dicevo, Valmir decide invece di far cantare a morte la Politica.

Traduco quindi quest'ultimo lamento:
I miei ricordi di gioventù.

Sorrido.

Quando si è giovani si è sempre candidi e spensierati. E poiché la mia visione del mondo riposa sulla nobiltà, ho sempre pensato che avrei potuto aiutare l'Umanità a progredire, a meglio organizzarsi.

Nel corso delle diverse epoche sono stata sempre corteggiata e strumentalizzata. Dai sofisti greci ai populisti di oggi, i discorsi vuoti e opportunistici hanno sempre tentato di prendermi a pretesto.

In Italia ho vissuto momenti gravi e terribili. Il fascismo e il comunismo in una delle sue espressioni radicali. All'indomani della guerra, i due fronti hanno continuato a combattersi. Ancora una volta in mio nome.

Negli anni '70, gli anni di piombo, di attentati, di morti, di violenza, io me ne stavo sempre là, esposta a pretesto.

Non era una novità. Ma una costante che, a più riprese, ho conosciuto nei secoli. E' successo lo stesso alla mia cugina "Religione". Ci si batteva nel suo nome e nel suo nome persino si uccideva. Peraltro quando mia cugina ha tentato di avvicinarmi (e lo fa sovente, in Italia), io mi sono sempre preoccupata di scansarla, persuasa che assieme alla mia indipendenza ne vada della mia credibilità e della mia sopravvivenza.

Il tempo non è riuscito a guarirmi dall'ingenuità (che dipenda dai miei geni?): qualunque cosa succeda, io sento di dover incarnare la speranza.

Anche quando mafiosi e loschi imprenditori giunsero a patti con coloro che mi rappresentavano e che si servivano di me per mantenere sacche di potere, io riuscivo a confidare in un domani migliore.

Quando quegli incravattati machiavellici smisero persino di prendersi la briga di gratificarmi con parole generose e lusinghiere, mi infangarono. Ed il popolo prese a detestarmi. Fino all'esplosione di quel sistema corrotto, quasi vent'anni fa.

Ed allora giunse un omino che rideva tutto il tempo. Vide com'ero ridotta: sporca, trascinata nel fango, rinnegata. Silvio mi prese per mano e mi condusse in una meravigliosa sala da bagno. Lì, si preoccupò di ripulirmi della polvere che mi copriva. E i suoi accoliti danzarono con me. Ero la più bella.

In pubblico dicevano di avermi dato una nuova giovinezza e di avermi restituita al mio senso. Ero piena di speranze e, soprattutto, in attesa di un profondo intervento chirurgico: ne avevo bisogno, poiché erano stati colpiti i miei organi vitali. Ma quelli non fecero nulla: si limitarono a rifarmi un vistoso trucco, per esibirmi.

L'omino che rideva tutto il tempo e coloro che lo amavano continuarono a servirsi di me. Come gli altri che li avevano preceduti. Non era cambiato nulla. Semplicemente mi erano stati offerti dei begli abiti.

Non una volta che venisse illustrata una qualche grande idea per migliorare la società. Con me ridotta ad esistere solo per il tramite della parola "elezioni". Ma sarebbe meglio dire "referendum". In ogni scrutinio, una sola domanda: pro o contro l'omino che ride tutto il tempo?

E così il popolo cominciò a bistrattarmi nuovamente, come fossi putredine. L'esatto contrario delle mie ambizioni: io avrei voluto nobilitarmi.

Per arrivare ad oggi, ad una campagna per le elezioni regionali che pare stiano preparando il mio feretro.

All'inizio era tutta questione di alleanze e di liste da stendere. Accontentate tutte le sue correnti, la sinistra se n'è andata a cantare al Festival di Sanremo. A destra la zizzania era tanta che nel Lazio la lista non è stata presentata per tempo.

Sono seguite urla in ogni direzione. In mio nome è stato emanato un decreto legge per permettere al Pdl di presentare la propria lista nel Lazio, ma le autorità l'hanno respinta.

Una campagna tutta ridotta a equilibri, alleanze e rispetto delle regole. A 15 giorni dal voto, non un solo programma, col paese attanagliato da problemi per i quali le Regioni giocano un ruolo fondamentale.

Sono vecchia, stanca, sporca, tradita. E presto morirò. Forse dovrei accettare di cambiare. L'ideologia è roba vecchia, i nuovi tempi impongono la tecnologia e la comunicazione.

Oppure dovrei ripensare al mio vecchio amico Platone quando enunciava i differenti sistemi: "L'oligarchia fondata sulla ricchezza, la timocrazia sull'onore (ne siamo lontani), la democrazia sull'uguaglianza (ce ne stiamo allontanando) e la tirannia sui desideri, essendo le leggi abolite".

Strano vedere che nonostante tutto fosse scritto da secoli io non abbia saputo farmene una ragione. Ho creduto in me e nella mia stella. Forse nel mio ultimo respiro mi riuscirà di riprendere vita, ma ci credo poco.

Mi chiamo Politica, e non ho altro da aggiungere.

Eric Valmir, 10.03.2010
(traduzione di Daniele Sensi)


5 COMMENTI:

Andrea ha detto...

Condivido l'articolo di Moise. Un po' meno quello di Radio France...

Anonimo ha detto...

Ma Valmir per chi tifa, per Grillo?

Anonimo ha detto...

Il giornalista della radio francese non è italiano quindi è facile per lui tenersi fuori dalla mischia e puntare il dito. Ma provi a vivere per anni in un sistema come il nostro e poi vediamo

Lory ha detto...

Un applauso ad Eric Valmir invece, che come al solito sa contraddistinguersi per lucidità e ironia.

daniele sensi ha detto...

Primo anonimo,
ma davvero ti pare che Valmir possa "tifare" per Grillo?

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