giovedì 29 luglio 2010

Cose dell'altro mondo

A poche ore dalla sua entrata in vigore, la Corte federale di Phoenix ha bloccato alcune delle norme della controversa legge sull'immigrazione varata lo scorso aprile in Arizona, in particolare quelle che a) assimilavano l'immigrazione clandestina a un reato e non più a un'infrazione; b) obbligavano la polizia a verificare lo status di un immigrato fermato per altri motivi; c) permettevano, sempre alle forze di polizia, di chiedere i documenti a un passante solo basandosi "sul ragionevole sospetto" che fosse un clandestino.

Fate il confronto con quanto avviene ogni giorno sulle nostre strade (presente, a dicembre, le conferenze stampa di carabinieri e polizia sul totale del numero degli stranieri controllati durante l'anno? Pare una gara, una corsa per il guinness) e avrete, ancora una volta, la misura del deficit di civiltà in cui versa in nostro paese. Ma mica per dolo o per "cattiveria" delle forze dell'ordine, eh: è che dai noi se ti metti a contestare avvisaglie di "racial profiling" -o di "délit de faciès", come lo chiamano in Francia, dove è addirittura vietato stilare qualsivoglia statistica su base etnica- la gente ti ride dietro, perché, da noi, è un comune sentire che sia normale, nel contrasto alla clandestinità, poter fermare e controllare innanzitutto coloro che paiono stranieri, per il solo fatto di apparire stranieri. Ma normale non lo è affatto. Perché, in un paese davvero liberale, chiunque, quale che sia la sua posizione, ha il diritto, se se ne gira tranquillo per strada, senza importunare -o minacciare di importunare- nulla e nessuno, di non averci proprio nulla a che fare, con la polizia.

d.s.

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