lunedì 20 settembre 2010

La censura ha aiutato l'estrema destra svedese?

Pare che il successo dell'estrema destra alle politiche svedesi sia stato favorito dalla censura di un suo spot da parte del principale canale televisivo commerciale del paese, TV4, il quale, ritenendo che esso incitasse all'odio razziale e temendo di incorrere in sanzioni penali, per tutta la campagna elettorale lo ha mandato in onda in una versione parzialmente oscurata.

Nello spot originale ("La politica è una questione di priorità"), un countdown mostrava il budget a disposizione del welfare scendere all'impazzata, mentre due impiegati -uno dello sportello pensioni e l'altro dello sportello immigrati- contavano, fianco a fianco, del denaro. A casse quasi esaurite, compariva una signora anziana avviata con passo lento verso lo sportello pensioni, ma subito superata, in corsa, da un gruppo di donne in burqa dirette allo sportello contiguo.

La versione diffusa da TV4 oscurava sia la pensionata, sia le donne in burqa, invitando gli spettatori -tramite avviso in sovrimpressione ("Censurato da TV4")- a visionare lo spot integrale direttamente sul sito dei "Democratici di Svezia". Inevitabili le polemiche e i dibattiti. Nonché la diffusione virale, in Rete, del video originale. Un'esposizione mediatica così, l'ultra-destra svedese non l'aveva mai avuta.

Vi ripropongo di seguito lo spot, nelle due versioni.



23 COMMENTI:

Anonimo ha detto...

Una censura decisamente cretina...

Renata ha detto...

Più che altro così lo spot (terribile) non si capisce...

Però mi sembra anche un'ipocrisia dire che chi vota un partito xenofobo in realtà non sa che è xenofobo, o non ci pensa, o condivide solo in parte... È tempo che ciascuno si prenda la responsabilità del proprio voto, senza alibi di sorta. Se io voto un razzista vuol dire che sono razzista, punto e basta.

Anonimo ha detto...

Concordo pienamente con Renata, penso che dobbiamo smetterla di crede che siamo pieni di concittadini che non capisco o che si fanno imbambolare dagli spot pubblicitari o che si fanno pensieri solo perché super propagandati come sarà avvenuto dietro la polemica di questo taglio. Anzi credo che benché possano aver parlato di questo partito a causa del taglio alla pubblicità avuto, rimane pur sempre vero che la mente di ogni individuo è e resta libera di scegliere. E' che certi partiti dovrebbero essere espulsi per legge, non si possono tollerare alle soglia del 3000 partiti dichiaratamente xenofobi e poi piangersi addosso se ottengono voti. Uno stato serio dovrebbe darsi delle leggi che vietino certe cose. Altrimenti verrà un giorno che io fonderò un partito per l'eliminazione fisica di una certa classe e verrò votato ed eletto proprio per questo. Ok alla libertà di idee, ma certe idee non dovrebbero essere tollerate istituzionalmente.

Furio Detti ha detto...

il coraggio dell'anonimo...

come tutti i "democratici a senso unico", per i quali cioé la democrazia, ossia la volontà del popolo, è sacra solo quando coincide con la loro idea, l'anonimo si guarda bene dal metterci la faccia quando proclama la censura di stato antidemocratica per le idee che non gli piacciono e la censura, istituto antidemocratico per eccellenza, per le cose che non gli vanno a genio.

per questo la vittoria dell'estrema destra danese è una gran bella soddisfazione, duplice perché da un lato dimostra che la censura è stupida e controproducente perché dà fiato e appeal proprio a quelle cose che vorrebbe far sparire dal mondo, secondariamente perché se non altro il popolo è davvero libero di decidere quel che vuole come vuole, alla faccia dei benpensanti (anti)democratici a senso unico.

Lorenzo ha detto...

Articolo molto interessante. Fra l'altro riporta in primo piano la questione della libertà d'espressione anche per l'estrema destra. La sua negazione non è solo controproducente in termini elettorali, ma anche sbagliata da un punto di vista morale.

Gioann Pòlli ha detto...

Io poi francamente vorrei sapere perché "andrebbero espulsi per legge" i movimenti che spiegano che ci sono "i cittadini" e "i non cittadini". In definitiva: questi gruppi politici ricordano molto semplicemente che i diritti di chi è cittadino sono diversi da chi non lo è. E si vorrebe "espellere per legge" i partiti che spiegano, di fondo, quella che è "la legge" in vigore.
Boh.

A meno che non si consideri "razzismo" semplicemente considerare "i cittadini" diversi dalla "razza" dei "non cittadini". Ma in questo caso vi do una notizia: anche la costituzione italiana, in questo senso, è decisamente "razzista".

Gioann Pòlli

Furio Detti ha detto...

La democrazia in quanto tale non può rimuovere da se un rischio paradossale: il rischio che il popolo scelga una strada "antidemocratica", ossia che decida consapevolmente di abdicare e scegliere di affidarsi, poniamo, a un dittatore.

Ecco perché le democrazie possono essere costruzioni fragili, perché per essere tali devono puntare sulle qualità dei singoli, sperando che la maggioranza rifiuti certe pulsioni. La qualità di una democrazia è data dalla somma delle qualità individuali. Ma in nessun caso una democrazia può permettersi di condizionare il pensiero e le scelte dei suoi cittadini e dichiarare come illegittimi certi intenti o condannare certi partiti se arrivano al potere in modo formalmente lecito.

Gioann Pòlli ha detto...

Ma il paradosso ancora più grande è che i fautori dell'universalità dei diritti dell'uomo stanno finendo - proprio in nome degli stessi diritti!! - per dare sempre più spazio a chi i diritti dell'uomo non li considera affatto universali. Anzi, non li considera affatto.
In nome del "diritto alla religione" ecco quindi il relativismo che regala alla sharia, in certi casi per ora limitati anche in Europa - ampi spazi di potere politico e civile. E la Sharia - checché né dicano gli islamofili ad oltranza - è evidentemente incompatibile con i diritti dell'uomo. Fosse soltanto perché il potere che la adotta la considera di fonte divina e quindi immutabile e sempre meno interpretabile. Bensì applicabile soltanto alla lettera.

"Con le vostre leggi vi conquisteremo" non è un assioma sterile e campato per aria. E' un programma ben strutturato in grado di sfruttare al meglio tutti i limiti e le severe contraddizioni del pensiero occidentale.

Gioann Pòlli

Panda ha detto...

Quest'idea, o per meglio dire quest'ideologia, della democrazia disarmata - sempre molto gradita ai suoi nemici - molto semplicemente non corrisponde alla realtà della democrazia, come non è difficile rendersi conto da un esame comparativo delle forme di protezione della democrazia che esistono, in misura maggiore o minore, in *tutte* le democrazie: vd. per esempio A. DI GIOVINE, I confini della libertà di manifestazione del pensiero, Giuffrè, Milano, 1988.

Gioann Pòlli ha detto...

Il problema è che in un antico post (forse l'unico in cui Daniele e io concordammo su un punto) si osservò come il permettere l'instaurazione nell'Occidente "democratico" di "comunità" che pretendono di avere un diritto ad hoc, antidemocratico e discriminatorio (dal burkini in piscina al presunto "diritto di velo", alle comunità islamiche chiuse di Rotterdam e non solo) fosse del tutto antitetico all'"anticomunitarismo" che si vuole come premessa dell'"uguaglianza per tutti".

Ma il "non permettere l'insediamento delle diversità" sarebbe significato parimenti - secondo un certo pensiero ultrarelativista per cui c'è pronta l'accusa di "xenofobia" per chi non si adegua - una violazione degli autoaffermati principi di rispetto e di uguaglianza di tutti gli uomini...

Ed il cortocircuito - con le relative scintille passate, presenti e certamente future - appare evidente. Ed irrisolvibile se non si esce dagli stereotipi, dagli slogan, dai luoghi comuni e non si ritorna a piantare paletti che non si spostino ad ogni stormir di fronde (e di fronte), e si basino - in un modo o nell'altro - su una certa dose di territorialità. Paletti che regolino democraticamente diritti, doveri ed uguaglianze. Con tanti saluti alle varie "affermative actions" di importazione statunitense. Per cui capita che una persona donna, lesbica e di colore finisce per essere avvantaggiata - a parità di competenze e di valore professionale - rispetto ad un maschio bianco ed eterosessuale.

Allora, il pensiero "illuminista" ed "anticomunitarista" predica l'uguaglianza o la diversità? E se non ci sono più differenze tra "cittadini" e "non cittadini", che ce la teniamo a fare la cittadinanza? Fuori dal cortocircuito, vorrei capire...

Gioann Pòlli

ps: a suo tempo avevo dato un'occhiata al testo di Di Giovine. Mi riprometto di rispolverarlo, grazie del suggerimento!

Anonimo ha detto...

ciò che ha aiutato la destra è stata l'assurda politica permessiva sull'immigrazione

www.maurod.ilcannocchiale.it

Panda ha detto...

@Gioann: affronti un discorso interessante ma anche molto complesso e a cui è difficile dare risposte compatibili con i limiti del luogo. Cercherò di esporre il mio pensiero in modo molto sintetico. Detto in soldoni: si "predica" l'uguale diritto alla diversità nei limiti della tutela dei diriti individuali negativi e positivi. Certamente io non sono favorevole (ma per niente!) a piccole isole autonome (la situazione che Sen chiama felicemente di "monoculturalismo plurale") e non si può certo sostenere che la Costituzione, che garantisce protezione ai diritti inviolabili dell'uomo anche all'interno delle formazioni sociali entro cui si svolge la sua personalità, invece lo sia. I famosi paletti, però, non li vedo proprio in una territorialità inventata che la semplificazione, e pure la contrapposizione, identitaria non fa che alimentarla a maggior gloria degli irresponsabili demagoghi, o peggio: fanatici, di turno quanto in uno status di cittadinanza forte, improntato a laicità, istruzione, accesso all'informazione, integrazione politica, welfare, ecc. Esempio: io sono contrarissimo ai finanziamenti alle scuole private e ad ogni tipo di concordato (parlavi della compatibilità della sharia coi diritti umani: ma lo sai che ci siamo beccati una condanna dalla CEDU a causa dello spazio che è stato concesso nel nostro ordinamento al diritto canonico?); la Lega ho qualche dubbio. E' anche un po' risibile, concedimelo, questo richiamo all'esigenza di uscire da "stereotipi, dagli slogan, dai luoghi comuni", che sono esattamente l'habitat naturale della Lega (non so se pensi che qui siamo tutti ciechi e sordi). (Sorvolo sulla assai complessa e discussa questione delle affermative actions visto che da noi praticamente non esistono). Chiudo (e mi rendo conto di essere stato molto ellittico) sulla questione della cittadinanza: certamente le differenze ci sono (es.: un non cittadino non può votare. E hai detto nulla!) ma...ci sono due ma: prima di tutto bisognerebbe discutere sul *come* si acquisisce la cittadinanza: se si rispetta la legge e si pagano le tasse per un tempo non brevissimo ma nemmeno troppo lungo (chessò: 5 anni?) non vedo perché la si dovrebbe negare a qualcuno; in secondo luogo la condizione dello straniero non è una no man's land del diritto ma è regolata da convenzioni internazionali, dalla legge e dalla Costituzione in modo che se alcune discriminazioni sono ammesse altre non lo sono affatto. E, ti dico la verità, da un po' fastidio doverlo ricordare a gente che è sempre pronta a ghignare cinicamente che "la legge si rispetta!" quando a finire nell'ingranaggio è qualcuno che a loro non piace e magari pure un povero derelitto.

Gioann Pòlli ha detto...

@Panda: ci sono diversi livelli di comunicazione e di dibattito. Quello del bar, quello della comunicazione politica verso e dalle basi, quello giornalistico, quello televisivo, quello accademico eccetera. Quando chiedo "per favore, non ragioniamo per slogan" intendo dire proprio questo: se vogliamo ragionare anche per tentare di comprendere (il che non significa approvare) le idee "opposte", lasciamo da parte gli slogan. Perché anch'io li saprei utilizzare piuttosto bene, a partire dal "Padroni a casa nostra" in giù (o in su, a seconda dei punti di vista).

C'è da dire che il tuo post è ben argomentato, soprattutto per quanto riguarda la questione dei "paletti" tra diritti individuali e collettivi. E allora, lasciando perdere gli slogan, mi spingo oltre sul discorso della "territorialità", che è il vero nocciolo del problema che spesso non si vuole comprendere (e ancora più spesso nemmeno scorgere minimamente). Ma la territorialità stessa non è un dato fisso ed immutabile, come spesso i critici del discorso leghista tentano di obiettare, mettendo spesso in bocca ai "leghisti" concetti fuori dal mondo, ma un processo storico in trasformazione. E' evidente che le trasformazioni sono sempre avvenute, e nessuna persona o nessun politico di buon senso può certo pensare di fermare la storia o riportarla indietro - mitopoiesi varie a parte, che però riguardano un altro piano di comunicazione - a mitiche età dell'oro.
Ma non si può nemmeno pensare di sposare così fedelmente il pensiero razionalista ed illuminista che interpreta l'uomo esclusivamente come "numero" "uguale a tutti gli altri" da non capire che una comunità umana, grande o piccola che sia, non sia fatta anche di storia, vissuti collettivi, eredità antropologiche, religiose, linguistiche liberamente spostabili a piacere (di chi ne ha un evidente tornaconto)... E non si può certo pensare che bastino due o tre concetti "illuministi" per poter mescolare con successo zucchero e sale, benzina e aceto, con la certezza di ottenere un risultato stabile o almeno accettabile.

L'uomo non è una bistecca, non è merce, non è solo economia, non è una somma di numeri. E' qualcosa di più, e solo una lettura antropologica e non strettamente razionalista può aiutare a comprendere - per esempio - che lo stesso diritto (quello costituzionale compreso) che noi consideriamo fisso e immutabile in realtà non lo è per nulla.

Ma non si può pensare comunque di "fare i conti senza l'oste". Non si può pensare di aprire il mondo alla globalizzazione di merci e uomini pensando che non avvengano contraccolpi così gravi da rimettere in discussione, e di colpo, concetti che si davano per acquisiti per sempre. Non è possibile.

Ma mi rendo anche conto che - come dicevi tu - anche questo spazio ha i suoi limiti e ho paura di avere cercato di varcarli senza peraltro essermi fatto capire...

Gioann Pòlli

Panda ha detto...

@Gioann Hai ragione che ci sono diversi livelli di discorso e diversi luoghi per dedicarvisici ed è effettivamente dubbio che questo sia il più adatto ed è ancora più dubbio, per quanto mi riguarda, che siano le idee, e relative ascendenze, che esprimi qui a costituire la materia utile per un dialogo non con la Lega, ovviamente, ma con i suoi elettori: ritengo in effetti che – come nel fascismo sono elementi molto più essenziali dell'ideologia fascista l'esperienza dello squadrismo e i riti di sacralizzazione della politica (qui sto citando un illustre storico del fascismo) che, poniamo, il raffinato attualismo gentiliano – così sia molto più importante nell'ideologia leghista, e quindi più meritevole di contrapposizione, il contenuto di un comizio di, per dire, un Gentilini, delle posizioni che esprimi qui; ma quello del dialogo è un vecchio vizio illuminista, a cui, impenitente, non mi sottraggo.
Quanto a quello che hai scritto tu, mi sembra di aver capito benissimo: ci proponi un piccolo sillabo del pensiero tradizionalista; mi verrebbe da dire che dai tempi di von Haller un po' di acqua sotto i ponti ne è anche passata, comunque...qualche piccola chiosa: usi il termine illuminismo nel senso polemico con cui lo impiegavano i romantici tedeschi, non certo con qualche pregnanza storiografica, questo son sicuro che lo sai anche tu (Montesquieu che non teneva conto della concretezza storica delle comunità? E pure Rousseau se per questo...Ma anche Adam Smith: la Teoria dei sentimenti morali è un capolavoro di antropologia. Né d'altra parte il pensiero liberal democratico è un puro prodotto illuminista: tra Mazzini, Cavour e il vostro amato Cattaneo, chi era più illuminista e meno influenzato dal romanticismo?); non è che l'antilluminismo, forse ne converrai, non abbia i suoi bravi conti aperti con la storia: credo che il bellissimo libro di Zeev Sternhell uscito un paio d'anni fa abbia detto in proposito quel che c'era da dire; a mio avviso l'unico senso polemico in cui si può parlare di illuminismo oggi è in relazione al progetto di un mercato mondiale, come propone J. Gray nel sul bel Alba bugiarda (ma su questo torno alla fine).
Sono perfettamente consapevole che neanche la Costituzione è fissa e immutabile (forse mi hai scambiato per un membro di quell'allegra combriccola di reazionari americani che si definiscono intenzionalisti) ma è piuttosto, come dice un grande giurista tedesco, un processo che presuppone un ethos costituzionale-democratico condiviso. Questo ethos si costruisce, a mio modo di vedere, non solo a partire da concetti astratti (che però ci devono essere e sono naturalmente sottoponibili, per quanto possibile, a discussione razionale, senza che questo voglia dire escludere un realistico progetto antropologico; anzi: cito due, direi innegabili, esempi come Popper e Rawls, a cui tu contrapponi l'”ereditarietà”, cioè, parliamoci chiaro, la tradizione. Al che, a parte l'ovvia battuta di Marx sul venerando staffile dello schiavista, mi domando: non è che questa tradizione è largamente inventata (e.g.: la Padania) e usata come fumo per lenire la fame di arrosto?)) ma anche con politiche concrete, concretissime, che rendano effettivo il concetto di voto libero ed eguale (le ho già elencate: non mi ripeto); trovo molto più fumosa (e vecchia come il cucco) questa improbabile retorica identitaria spacciata a piene mani da chi ci ha regalato la più antidemocratica legge elettorale nella storia della Repubblica (sarà una coincidenza?).

segue

Panda ha detto...

@Gioann (2) Sono d'accordo, ed è probabilmente l'unico punto, che la globalizzazione pone molti problemi (ma mi sembra difficile negare, per esempio, che il trauma dell'immigrazione meridionale nella Torino di Valletta sia stato minore di quello odierno; se mai il contrario), né tanto meno sarò io a negare che un mercato deregolato genera instabilità sociale: la soluzione, a mio avviso, non va però certo ricercata in un illusorio (e truffaldino) ripiegamento particolaristico ma nel tentativo di portare a congruenza spazio economico e spazio politico (o, meglio, visto che anche lasciar libero corso al mercato è una decisione politica, tra democrazia e spazi politici non democratici): al momento si tratta insomma di democratizzare l'Europa. Il più rapidamente possibile.
Faccio mille perché sono stato sia tremendamente prolisso che allo stesso modo lacunoso.

Gioann Pòlli ha detto...

@panda: hai interpretato magistralmente il mio auspicio affinché non si ragioni per slogan ma attraverso argomentazioni. Le tue poi dimostrano un substrato storico-filosofico la cui padronanza, sinceramente, ti invidio.
Detto questo, cerco di sintetizzare (è una parola...)
Mi attribuisci innanzitutto un pensiero tradizionalista che non è il mio. Personalmente - puoi crederci o meno - sono molto più sbilanciato di quanto tu creda verso un individualismo alla Stirner che verso i vari miti e alle suggestioni evoliane (un nome che, molto sottilmente, non citi, e per fortuna!)

Ciò detto, credo che più che un approccio filosofico all'attualità (comunque fondamentale per avere strumenti di paragone nell'analisi delle sue ENORMI contraddizioni) sia importante un approccio pragmatico. In questa analisi, che conduco molto più con l'attitudine del "giornalista" piuttosto che con quella dell'accademico, visto che il primo è il mio mestiere ed il secondo assolutamente no, non "sposo" affatto le tesi tradizionaliste così come non combatto per nulla l'"illuminismo" tout-court. Ci mancherebbe altro. Sappiamo però che dall'illuminismo sono nate anche prassi ed ideologie (dal giacobimismo livellatore al terrore, dall'ultraliberismo al marxismo) tutte negatrici della parte "ereditaria", cioè storica, culturale e financo spirituale (in ogni accezione possibile, non intendo parlare di religioni rivelate!) delle comunità umane. Una parte che esiste, in quanto non siamo numeri, non siamo bistecche, non siamo prodotti da consumare né semplici mezzi di produzione. Ideologie e prassi che hanno portato all'imposizione di nuovi metri di paragone sociale fra i quali il più deleterio ed oggi superato è lo "stato borghese" (o ancora peggio "real-socialista"), altrimenti detto "stato nazione". Il discrimine oltre il quale, da parte della cultura politica dominante, c'è il nulla o l'abiezione ("particolarismo, localismo, separatismo" in politica; "provincialismo, nostalgia, subalternità" in cultura)... (segue)

Gioann Pòlli ha detto...

@panda/2: Sappiamo benissimo tutti, anche se molti fanno finta di no, che il vecchio "stato nazione" ha esaurito la sua funzione storica. Economica, prima ancora che politica. Perché i fautori del neoliberismo sfrenato (Wto, apertura indiscriminata delle forntiere alle merci provenienti dai paesi "in via di sviluppo" eccetera), che hanno avuto nei fatti un illuminante rappresentante in Romano Prodi nella sua azione di presidente Ue e di presidente del Consiglio italiano ("La Cina, una enorme opportunità per le nostre imprese", molto meno per i nostri lavoratori...) hanno già deciso che è morto. Il decesso, in Europa, è avvenuto definitivamente con l'euro e con Schengen: togli a uno Stato la libertà di battere moneta e di perseguire la propria politica monetaria e le proprie frontiere, e lo Stato non esisterà più.

Ciò detto, tu dici che non si può ribattere a tutto questo con "un illusorio (e truffaldino) ripiegamento particolaristico". Quindi non riconosci alcun valore alla dialettica global-local, che è oggi quella intorno alla quale ruota l'ultima speranza di salvare le nostre economie. Perché l'unica forma di economia oggi possibile nel nostro Occidente è proprio quella legata alle produzioni territoriali, fatte di eccellenze e di innovazioni, dal momento che quella delle produzioni di massa è già delocalizzata in Oriente.

Per me questo è un gravissimo errore di prospettiva. Solo un elemento: circa dieci anni fa vennero resi noti gli studi di una rete di università europee circa i "motori economici" del Continente: le Regioni d'Europa a più forte tasso di sviluppo erano proprio quelle in cui più forte erano le identità territoriali, o le spinte verso il proprio riconoscimento: Catalunya, Euskadi, Baviera, Galles, Scozia, Lombardia... Chissà perché. Già, dovremmo proprio chiedercelo.

Gioann Pòlli

Panda ha detto...

@Giann 1: ti ringrazio per le parole gentili e volentieri, nei limiti delle mie competenze, ti rispondo. Innanzitutto devo dire che mi ha sempre divertito molto la fascinazione che esercita uno dei miei filosofi preferiti, Max Stirner, sul pensiero di destra (pare piacesse molto a Mussolini): in questo caso vorrei sapere come fai a conciliare la ricerca di un'antropologia identitaria forte, senza smascherarne la natura di mitologia strumentale, con un pensatore che sosteneva che non esiste l'uomo, né il Tedesco, né l'Ebreo e quindi direi nemmeno il Padano.
Non condivido per niente, né sul piano storiografico né su quello assiologico, la lettura circa quello che chiami Stato borghese (certo fa un po' specie un lessico così marxiano a destra): esso è una variante di quel macromodello che è lo stato moderno, che evidentemente non è il prodotto dell'Illuminismo e del giacobinismo (qui sento distinti echi dell'intrasigentismo cattolico) come non è difficile rendersi conto guardando alla storia del Secondo Reich. Lo stato liberale prima e liberal democratico poi (mi paiono definizioni molto più calzanti del generico “borghese”) è quel tipo di Stato moderno in cui, grazie a una pluralità di apporti (dal romanticismo liberale “dottrinario” al marxismo. Per il Regno Unito e gli USA il discorso sarebbe per diversi aspetti diverso) ci si è posti il problema delle limitazioni e del controllo del potere statale e poi quello della partecipazione politica, questioni che proprio il confronto con l'esperienza tedesca mi pare dimostrino di assoluta importanza (poi le singole soluzioni possono essere criticate, ovviamente). Nella sua incarnazione finale liberal-democratica costituzionale questo stato nazione che tanto disprezzi ha contribuito a darci il più lungo periodo di pace e prosperità che la storia europea ricordi: io ci penserei due volte prima di sputarci sopra con tanto entusiasmo. La violenza a quella che chiami “eredità storica” mi pare molto di più il prodotto della rivoluzione industriale, cioè di un fenomeno sociale più che politico (per quanto naturalmente la rivoluzione industriale presupponga, tra l'altro, l'esistenza di un certo grado di libertà economica): non nego che si tratti di un fenomeno sconvolgente ma è il prezzo (e talvolta un ulteriore beneficio: rifiuti l'etichetta di tradizionalista ma è difficile, leggendoti, sfuggire all'impressione che tu giudichi positivamente un'eredità solo per la sua storicità) del benessere che il capitalismo “creativamente distruttore” impone di pagare. La mia lettura è nel senso che naturalmente questo provoca, e sempre provocherà (pure adesso), forme di scontento di massa che necessitano di interventi politici: la destra li gioca in chiave populista, cioè aggravando - magari in nome di un'antropologia che naturalizza le motivazioni istintuali dell'egoismo e della forza - la durezza economica (in Italia chi ha fatto le leggi più liberalizzatrici del mercato del lavoro?), riducendo e semplificando la partecipazione politica (riduzione dei canali di informazione, porcellum), cercando di mantenere la coesione sociale col contentino simbolico identitario e col diritto penale, in una miscela, che qualcuno ha felicemente definito “populismo penale”, che in certi contesti può portare a forme di carcerazione di massa come quelle americane. (Naturalmente questo è uno schema di lettura generalissimo, dentro cui possono esserci molte sfumature).

segue

Panda ha detto...

@Gioann 2: Venendo al cote “pragmatico” (ma non è che in un tale approccio i giudizi di valore - che io cerco di rendere il più espliciti possibili con quelle che vorrebbero non essere semplici divagazioni - non ci siano: sono nascosti o inconsapevoli), forse sorprendentemente sono invece abbastanza d'accordo nella critica all'Europa così come è attualmente concepita, ma mi pare inutile personalizzare la polemica sul singolo tecnocrate quando il problema sta nella struttura istituzionale (vincoli al deficit di bilancio pubblico, vincoli all'emissione di titoli di debito pubblico, controllo della Banca Centrale limitato all'inflazione), che non a caso è un prodotto di culture politiche moderate. Evidentemente la soluzione, che non penso proprio stia nell'agitare il fantasma di un protezionismo che si sa benissimo di non poter intraprendere senza contemporaneamente fare uno straccio di politica industriale e tagliando i fondi alla ricerca (così sì che si rischia effettivamente di finire in concorrenza coi lavoratori cinesi!), dipende dalla diagnosi del problema: nella mia drammatica limitatezza culturale in campo economico devo dire di aver trovato piuttosto convincente la lettura proposta dai firmatari della c.d. “lettera degli economisti”: http://www.letteradeglieconomisti.it/ I rimedi proposti (dal riequilibrio del commercio intracomunitario alle politiche di sostegno alla domanda), a parte che richiedono in una classe politica qualità che quella leghista non possiede neanche lontanamente (senza con ciò voler implicare che gli altri siano statisti di vertiginosa levatura, per carità), se si vuole evitare la fine della zona euro (eventualità che nell'inerzia generale potrebbe essere inevitabile ma che socialmente non sarebbe proprio indolore, credo), deve essere intrapresa a livello europeo e le possibilità che si sia dia una mossa in questo senso aumentano, a mio modo di vedere, all'aumentare del tasso di democraticità della struttura decisionale (che secondo me dovrebbe comunque realizzarsi a prescindere, naturalmente).
Sulla dialettica glocal tendo a condividere molto la lettura di Bauman; circa il rapporto che citi, mi piacerebbe leggerlo: in generale sono propenso a ritenere che una buona rete di infrastrutture, l'assenza di corruzione, finanziamenti alla ricerca etc. siano viatici allo sviluppo più solidi che non il crocifisso in classe. Certo, se si guarda ai risultati economici di questo governo, i numeri sono impietosi nell'indicarne la mediocrità; vd. per es.: http://stille.blogautore.repubblica.it/2010/08/31/40/

Gioann Pòlli ha detto...

@Panda. Come potere sviluppare ulteriormente, in uno spazio come questo, questi argomenti? Difficilissimo. Sinteticamente, però:
- Stirner. Sinceramente non so quando sia stata l'influenza sul fascismo (su Mussolini è un altro discorso ed è dibattuto). Certo, quel "me ne frego" come motto dello squadrista potrebbe sembrare un'applicazione distorta del pensiero stirneriano. Ma trovo comunque difficile conciliare dottrina e prassi del nazional-fascismo (anche nella parte relativa ai suoi addentellati socialisti o comunque "sociali") con l'individuo come unica fonte e legittimazione di se stesso...

A proposito, la mia lettura stirneriana personale è innanzitutto sul piano esistenziale. Ed è un'ottima "pars destruens" perché ci si possa liberare del conformismo e dei vincoli nei confronti di sovrastrutture ormai obsolete (come lo "Stato nazione") partendo non dal punto di vista dei potentati economici - sociali che l'hanno costruito prima e distrutto oggi, quando nella prospettiva innanzitutto della liberazione dell'individuo. Che - per dirla con Montale - vive nella dialettica per nulla "pacifica" tra termite e termitaio...

Ecco, allora, liberato l'indiviuo (almeno a livello mentale e morale), la necessità di ricompore la molteplicità delgi individui sulla base di una comunità nei livelli più bassi possibile. Aperte, non chiuse: "Siciliano è chi ama la Sicilia", dicono i miei amici sicilianisti. E allora sono siciliano anch'io!
GLi ambiti più "bassi", più vicini al territorio, sono più "utili" anche nella ricostruzione di un tessuto economico che possa avere ancora qualche cosa da dire e da dare a se stessi e al mondo. Ricordo, a proposito di arrivare a dare il potere "al basso", che cosa ebbe a dire un personaggio come Fabrizio De André: "sarei anche per i comitati di condominio". Altro che Roma (o Bruxelles) Doma!

- continua -

Gioann Pòlli ha detto...

@Panda/2 - Ue: non si tratta in effetti di criticare il singolo tecnocrate ma l'intera tecnocrazia. Prodi però è il più fulgido esempio di come la "sinistra" abbia deciso dapprima di ottenere il consenso portando al massimo compimento il ribaltamento delle aspettative stesse della propria base (leggi: una solenne presa per i fondelli...), e, in seguito, di attivare le modalità per il proprio suicidio definitivo senza ritorno.
La tecnocrazia è però un'oligarchia blindata. E, da che mondo è mondo, un'oligarchia non rinuncerà mai al proprio potere e ai propri privilegi (vedasi sovranità scippata senza referendum e, qualora i referendum non vadano nella direzione "giusta", allora fioccano gli anatemi e - Irlanda insegna - le ripetizioni dopo un anno...) Unica possibilità, mettere sabbia negli ingranaggi.
Oppure - quando ci saranno le circostanze - rifare una sorta di "rivoluzione francese"... ;-)

Lo so bene, la tua analisi meriterebbe risposte molto più complete e compiute. Perché - indipendentemente da certe premesse che non condivido e dalle conclusioni che non sono le mie, è comunque seria e fondata. E questo non è poco, in un momento storico in cui tutti (a parte la politica, luogo in cui è normale che sia) finiscono per accontentarsi dei soliti slogan e delle formule abusate che non finirò mai di contestare.

Gioann Pòlli

ps: uso la parola "giacobinismo" non in senso vandeano ma per indicare l'attitudine centralizzatrice della rivoluzione francese. Che soppresse sì i "privilegi", ma anche le autonomie, per non restituirle mai più. Chiudendo - per esempio -il parlamento della Bretagna. Ed è lì, ma non solo, che - anche nell'estrema sinistra nazionalitaria - che si utilizza questo termine in questa acccezione.

ps2: non sono tanto io a "sputare" sullo "Stato nazione", quanto la tecnocrazia che ne ha decretato la morte!!

Panda ha detto...

@Gioann 1: ti ringrazio bis per le parole gentili e volentieri ti riconosco l'onestà intellettuale, che è il requisito indispensabile, forse l'unico, per qualsiasi discussione. Cercherò di essere il più sintetico possibile anch'io, esplicitando però tutti i passaggi del mio ragionamento, ciò che potrò fare limitandomi spesso a un semplice richiamo bibliografico.
Su Stirner, sono perfettamente d'accordo che la sua appropriazione politica da parte della destra è abusiva ed è esattamente la questione che ti ponevo: non puoi usare Stirner per dissolvere le mitologie altrui e però poi puntellare le tue, come fai quando proponi una ricomposizione degli individui, niente importando che questa avvenga politicamente vicino o lontano: si tratta di un ritorno ad una società (che Stirner contrappone all'associazione) che si innalza sopra di me e quindi non mi appartiene. Il tuo non mi pare un congedo a ragion veduta da Stirner ma un suo aggiramento.
Se invece si vuole appunto percorrere la prima via, si può: prendere atto che l'esistenza di una società apolitica è un mito che le ricerche antropologiche hanno confutato una volta per sempre (L. Pellicani, Dinamica delle rivoluzioni, SugarCo, 1974); far tesoro dell'eredità stirneriana secondo una prospettiva in base a cui l'esistente è privo di giustificazioni trascendenti (è fondato sul nulla); l'identità dell'uomo va declinata al plurale ed è sempre eccedente rispetto a qualsiasi tentativo di definizione (sono un uomo, un animale, un essere vivente, un europeo, un berlinese...e io); fondare e criticare l'esistente, per quanto possibile, a partire da una discussione razionale (ciò che Maffettone (Etica pubblica, Il Saggiatore, 2001) chiama “liberalismo critico”): un esempio famoso ed eccellente è dato dalla teoria della giustizia Rawls; proporre un modello di società giusta basato sull'autonomia degli individui e il confronto e la convivenza effettivamente democratici attraverso un modello di cittadinanza multiculturale laico e liberale che consenta interazioni e scambi tra cittadini senza barriere (es.: le comunità religiose) che semplificano il pluralismo identitario dell'uomo (Sen, Identità e violenza, Laterza, 2006) e con politiche che garantiscano l'effettività dell'espressione voto libero ed eguale (ex multis, Calogero), attraverso processi di integrazione politica che naturalmente potranno anche articolarsi su più livelli (non necessariamente solo territoriali), tenendo però ben presente una circostanza (e forse questo è uno dei punti che più ci dividono):

Panda ha detto...

che la gestione politica dei processi di globalizzazione economica a mio modo di vedere richiede un governo centrale capace di svolgere un'azione di governance (usiamo una parola alla moda...) incisiva e che alle forze globali stati deboli, magari ridotti a un puro e semplice governo poliziesco del territorio, vanno benissimo, tanto che si è sostenuto, a mio modo di vedere persuasivamente, che globalizzazione economica e tribalizzazione politica non sono nemici ma alleati (Bauman, Dentro la globalizzazione, Laterza, 2002). Questo va tenuto ben presente quando si parla del terribile centralismo giacobino dello stato sovrano (meglio che nazionale, visto che esistono anche stati plurinazionali): innanzitutto va chiarito che si tratta di un fenomeno anteriore al giacobinismo stesso (è la grande lezione di Tocqueville, peraltro avallata da Furet); che ha cause legate sì alla politica estera (C. Tilly, L'oro e la spada, Ponte alle Grazie, 1991) ma anche (e a me pare che di questo Tocqueville non abbia colto tutte le implicazioni) alla gestione politica delle conseguenze destabilizzanti delle grandi trasformazioni economiche che si verificano a partire dal '500 (vd. per esempio su Parigi il bel libro di Paolo Piasenza, Polizia e città, Il Mulino 1990); che certamente lo stato ha visto ridursi i propri poteri ma non è morto e tale può essere dichiarato solo sulla base di un concetto della sovranità mitologico partorito dalla dottrina giuridica tedesca ottocentesca (G. Bognetti, La divisone dei poteri, Giuffrè, 2001. Tra l'altro se lo stato è cadavere non si capisce che ci stia a fare la Lega a Roma: necrofilia retribuita?). Per questo dico e ripeto: Europa democratica, subito, che se facciamo esclusivo affidamento sul locale ci priviamo degli unici strumenti che consentono di governare politicamente la globalizzazione.
Non direi infine che Prodi e compagnia hanno truffato gli elettori di sinistra: hanno semplicemente abbracciato una prospettiva politica moderata (che Prodi sia un moderato è veramente la scoperta dell'acqua calda, direi; candidature come quelle di Ichino e, horribile dictu, Calearo (che adesso pare però aver trovato il suo naturale ubi consistam: dalla vostra parte, guarda un po') parlano da sole); di certo non è che la destra non abbia legami con élite globali, magari anche più inquietanti di quelle europee, e locali che non sono automaticamente più buone e belle solo perché tali sono (vedi quel vero e proprio sfregio per il contribuente onesto che è stato il rientro dei capitali dall'estero dietro pagamento di un obolo), o abbia intrapreso politiche più solidariste (come in fondo non sarebbe neanche stato lecito aspettarsi); certo però che la critica delle oligarchie da parte di chi ha partorito la legge elettorale più oligarchica che questo disgraziato paese ricordi rischia, questo sì, di suonare davvero come uno slogan.

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