Tenetene conto, qualora doveste scrivermi.
Peace.
d.s.



Dopo i Telegatti, Berlusconi mi ha detto: "Bisio, come fa uno come lei a essere di sinistra?". Gli ho spiegato che a 17 anni, nel 1974, scendevo in piazza per il divorzio. E che poi non ho divorziato, mentre lui sì.
L'Italia è un paese normale? L'anomalia rappresentata da Berlusconi - il quale concentra nelle proprie mani potere politico e potere mediatico, utilizza il Parlamento come "stabilimento di produzione" per leggi destinate a salvarlo dai tribunali, vomita sulla magistratura, critica senza sosta la Costituzione, riduce la politica a barzellette e a recite da commediante, si trascina dietro tutto un carico di scandali sessuali - pare suggerirci di no.
Ma c'è dell'altro. Ciò che più colpisce è che dopo essere stata definita il laboratorio avanguardista dell'Europa, l'Italia, oggi, sta regredendo ad una situazione di "provincialismo". La sua stessa classe politica è provinciale, viaggia poco e raramente parla l'inglese. Il ruolo centrale viene ancora affidato ad una televisione ferma agli "anni '80". Si va "in" televisione vestiti di tutto punto, ogni cosa è entertainment, pubblicità, talk show urlati, culi e merletti, le trasmissioni d'inchiesta sono rarissime, quelle di approfondimento culturale, cui possano partecipare filosofi, storici, sociologi, psicanalisti o uomini di scienza, praticamente non esistono. Una sera su due, su Rai Uno, animata da un giornalista mellifluo e servile, c'è Porta a Porta, una sorta di messa alla quale partecipano sempre gli stessi leader politici, e alla quale non manca molto per rimpiazzare la Camera o il Senato. Di rado, tra il pubblico delle trasmissioni politiche, sportive o di varietà, si vede gente di colore o meticcia.
Retrocessa a provincia, l'Italia perde punti in quasi tutte le classifiche: la scuola, la sanità, l'ambiente, i diritti, la cultura (bilancio massacrato) e anche la tecnologia. Solo pochi giorni fa, dopo che Bob Geldof aveva accusato il governo di far quadrare il bilancio sulle spalle dei poveri, è stato Bill Gates in persona ad intervenire per accusare Berlusconi ("I ricchi spendono molto più per problemi personali come la calvizie, che non per combattere la malaria") di aver dimezzato gli aiuti pubblici allo sviluppo dei paesi più poveri promessi davanti alle telecamere, facendo dell'Italia "il più avaro tra i paesi europei".
Stessa regressione anche a livello informatico. Lo sapevate che, in virtù del decreto Pisanu, in un luogo pubblico, in un aeroporto o in un cybercafé, la connessione wireless alla Rete è vincolata all'esibizione di una carta d'identità? Che gli stanziamenti per lo sviluppo della banda larga sono congelati dal 2008, che si levano voci della maggioranza per mettere sotto controllo i social network come Facebook? Che ovunque si firmano petizioni per chiedere al governo di "emancipare Internet" da norme legislative penalizzanti per il futuro di un paese che, quanto ad accesso alla Rete, già è "indietro e sottosviluppato rispetto al resto d'Europa"? Berlusconi è un uomo di televisione old style, per il quale il Web rappresenta una minaccia, perché "liquido", incontrollabile - e al di fuori del suo impero.
Ma è a livello sociale che la regressione è più avanzata. Berlusconi catalizza talmente l'attenzione che all'estero non colgono la questione più importante: la "leghistizzazione" della società, che sta portando alla degradazione morale e civile, se non ad un "imbarbarimento", dell'Italia. La Lega Nord di Umberto Bossi (il cui organo ufficiale, La Padania, scriveva: "Quando ci libererete dai negri, dalle puttane, dai ladri extracomunitari, dagli stupratori color nocciola e dagli zingari che infestano le nostre case, le nostre spiagge, le nostre vite, le nostre menti? Sbatteteli fuori, quei maledetti!"), alleata decisiva del partito di Berlusconi, ha fatto eleggere i propri uomini, tra i quali molti sono ministri, in un numero considerevole di amministrazioni locali, ha diffuso ovunque i suoi valori ed il suo linguaggio, ha sdoganato e banalizzato il discorso xenofobo. Ci vorrebbe un'intera biblioteca vaticana per enumerare i discorsi di incitamento all'odio razziale, omofobo e "anti-meridionalista" pronunciati dai suoi leader. Guardate su Youtube i video di Mario Borghezio, ascoltate qualche estratto delle trasmissioni di Radio Padania: in nessun altro paese sarebbe tollerata una tale profusione di odio, e di imbecillità, xenofobo! Difendono i valori cristiani, quelli della famiglia, del lavoro, vogliono la croce sulla bandiera italiana ed il crocifisso nelle scuole, ma poi il ministro dell'Interno istituisce ronde cittadine (fiasco colossale, per fortuna, poiché nessuno s'è fatto avanti per prendervi parte) e stabilisce che il solo fatto di essere stranieri sprovvisti di documenti costituisce un reato. Una piccola vedette della politica, un'imprenditrice che si colloca alla destra dell'estrema destra, che si presume verrà nominata sottosegretario al Walfare perché nelle simpatie di Berlusconi (a proposito del quale aveva detto: "per lui sono come un'ossessione, ma non mi avrà..", o "ama le donne solo in orizzontale"), ha saputo distinguersi dichiarando che "Maometto era un pedofilo". Un fanatico (un eletto) andava sui treni a disinfettare i posti occupati da nigeriane, un altro (anch'egli eletto) voleva "eliminare tutti i bambini (rom) che derubano gli anziani" e, interrotto dagli applausi del "popolo della Padania", invitava i musulmani ad andare a "pisciare nelle loro moschee". Altri ancora hanno dato fuoco alle baracche degli immigrati, o proposto, sui tram, vagoni separati per italiani e stranieri... Discriminazioni di ogni genere, aggressioni, uomini braccati, talvolta crimini, striscioni e slogan razzisti nei raduni della Lega, ed ancora una vera e propria caccia all'uomo nero, con bastoni e fucili, che evoca, sulla stampa internazionale, il Ku Klux Klan, ma che, al ministro dell'Interno, fa dire: "Siamo stati troppo tolleranti con gli immigrati".
A fronte di tutto questo, sono poche le reazioni in Europa. Ed è proprio in tal senso che l'Italia è il paese più "provincializzato": la si guarda dall'alto in basso, apprezzandone la cucina, l'arte ed i paesaggi - non la si prende per niente sul serio, né nel bene, né nel male. Ma vi immaginate cosa succederebbe nelle strade di Londra, di Parigi, di Berlino o di chissà quale altra città europea se la Lega Nord fosse un partito, ad esempio, austriaco, o francese, e se Umberto Bossi si chiamasse Jörg Haider?
Libération, Robert Maggiori, 10.02.2010
(traduzione di Daniele Sensi)
Non si tratta nemmeno più di semplice cattiveria o di facile propaganda elettorale: l'introduzione del permesso di soggiorno a punti, ovvero la precarizzazione ontologica, psicologica ed emotiva del vivere da immigrati in questo Paese infame retto da infami e da infami abitato, ha a che fare col patologico. Ed il miglior commento a quella che è la ratio di quest'ennesimo provvedimento in materia d'immigrazione, ce lo offre Wikipedia:
Il sadismo è una parafilia consistente nel trarre piacere dall'infliggere dolore fisico o umiliazioni psicologiche ad altri soggetti.
Tradizionalmente combinato con il masochismo è chiamato, complessivamente, sadomasochismo. In realtà, secondo alcuni studi, fra cui quelli del filosofo francese Gilles Deleuze, la relazione fra sadico e masochista è impossibile, essendo il primo coinvolto in una sorta di operazione destrutturante del potere nella relazione (quindi facendo saltare ogni possibile accordo), laddove il secondo è piuttosto attratto dalle forme di istituzionalizzazione della relazione all'interno di una cornice contrattuale.
Pertanto il sadico, tendenzialmente, al di fuori di una cornice minima regolamentare come quella detta del SSC (sano sicuro e consensuale, tipica delle relazioni BDSM) può spingere la sua azione fino a soprassedere o rinunciare al consenso esplicito della "vittima" dei suoi gesti, o addirittura, nei casi di sadismo patologico, fino a oltrepassare i limiti della legalità rendendosi responsabile di atti lesivi dell'integrità psicofisica o addirittura della vita di colui o colei sul quale agisce.
Il termine deriva da Donatien-Alphonse-François de Sade, meglio conosciuto come Marchese de Sade, aristocratico francese autore di diversi libri erotici e di alcuni saggi filosofici, in cui è evidenziata la figura del sadico come individuo capace di compiere, con scientifica razionalità, ogni sorta di azione volta al male, rifiutando ogni limitazione imposta dalla morale comune e riconoscendo come unica legge il perseguimento e l'accrescimento del proprio personale piacere.
Molto cospicui sono gli studi sulla correlazione fra sadismo, masochismo e devianza, traumi, autolesionismo, attaccamento e abusi. Dalla letteratura psicologica e psichiatrica si evince come, al di là dei complessi profili psicologici degli interessati e delle motivazioni profonde che li possono condurre alla perversione, queste pratiche sono più spesso frequenti in soggetti di tipo borderline.


Due automobili carbonizzate e appoggiate, capovolte, contro una pila di pneumatici usati. All'uscita di Rosarno, sulla strada che attraversa la piana calabrese verso Goia Tauro, sono i soli segni visibili degli scontri che, l'8 e il 10 gennaio, hanno visto fronteggiarsi una parte degli immigrati africani e gli abitanti di questa piccola città calabrese di 15 000 abitanti. Poco distante, due poliziotti sorvegliano l'entrata dell'enorme hangar nel quale, in centinaia, gli africani passavano la notte durante la stagione della raccolta degli agrumi. Un po' di riposo tra due giornate lavorative di 12 ore e pagate 25 euro l'una.
Oggi più nessuno viene a cercare rifugio in quest'edificio spoglio. "E' strano vedere Rosarno senza africani", si duole Damiano, 16 anni, studente del liceo La Piria. Aveva organizzato, con la compagna Erika, corsi di alfabetizzazione per gli immigrati ed uno spettacolo per Natale. "Gli immigrati si trovavano bene a Rosarno", assicura: "Quelli che li hanno voluti cacciare sono solo una minoranza". "Avevamo avvertito le autorità regionali e quelle locali. Foto alla mano", ricorda Don Ennio Stamile, delegato regionale della Caritas, l'organizzazione cattolica internazionale cui lo Stato italiano pare aver delegato parte della propria politica sociale. "Le condizioni di vita degli immigrati erano insopportabili, un giorno o l'altro doveva succedere. Ma nessuno ci ha ascoltato".
In due giorni di violenze, Rosano è divenuta il simbolo dell'infiltrazione mafiosa nell'agricoltura locale, dell'intolleranza nei confronti degli stranieri, di una nuova forma di schiavitù e dell'impotenza dello Stato. Presidente della Repubblica, primo ministro e parlamentari sfilano in Calabria. Vengono qui a capire. Perché, in un paese che ha visto emigrare nel mondo 27 milioni dei suoi abitanti, 1500 africani vengono prima atterriti e poi cacciati a colpi di pallettoni?
Alessandro Campi, direttore scientifico della Fondazione Farefuturo, vicina alla destra, interpreta gli eventi di Rosarno come un "segnale". "Ma", si chiede, "come integrare gli stranieri se il Paese, a distanza di 150 anni dalla nascita dello Stato italiano, non ha ancora trovato una propria identità? Continuiamo ad essere profondamente divisi, immobili, arroccati alle nostre identità locali. L'integrazione presuppone una mobilità sociale ed un convergere di tutti attorno ad un progetto comune". Ai suoi occhi, la società italiana non ha "né l'una né l'altro". "Continuiamo ad affrontare le emergenze come in una sorta di eterno presente".
A Rosarno, si è dapprima puntato il dito contro la 'Ndrangheta. E' in corso un'inchiesta volta ad accertare se le famiglie mafiose che governano l'economia locale non abbiano provocato deliberatamente la "caccia al nero" per far sloggiare cittadini immigrati divenuti inutili, dal momento che i sussidi dell'Unione europea rendono, ai coltivatori, più della vendita delle arance, dei mandarini e dei kiwi. Colpa della Camorra si era detto, allo stesso modo, nel settembre del 2008, quando, a Castel Volturno, in Campania, sette africani vennero letteralmente giustiziati.
Colpa dei vicini esasperati, si era invece detto dopo gli incendi, protrattisi dalla primavera all'estate del 2007, di diversi campi rom alla periferia di Napoli e di Roma... La spiegazione è in parte vera. Ma c'è voluto un articolo del quotidiano del Vaticano, l'Osservatore Romano, l'11 gennaio, perché finalmente si parlasse chiaro: "Oltre che disgustosi, gli episodi di razzismo che rimbalzano dalla cronaca ci riportano all’odio muto e selvaggio verso un altro colore di pelle che credevamo di aver superato (...). Non abbiamo mai brillato per senso di apertura, noi italiani, dal Nord al Sud".
Verona, 260 000 abitanti, nel ricco Veneto, mille chilometri a nord da Rosarno. Qui regna il partito anti-immigrati della Lega Nord. Flavio Tosi, il giovane sindaco leghista, eletto nel 2007 con il 60% dei voti, è stato da poco condannato in via definitiva per istigazione all'odio razziale. Sospensione per tre anni dai pubblici comizi. Sembrerebbe piuttosto evidente un rapporto di causa ed effetto tra il suo discorso (e quello del suo partito) e gli avvenimenti di Rosarno. "La Lega non esiste in Calabria. Perché dovremmo esserne responsabili noi?"
Già, tuttavia, forte di quattro ministri tra cui quello dell'Interno, è proprio questo il partito che moltiplica le provocazioni razziste. La "criminalizzazione" dell'immigrazione clandestina, passibile oggi di sei mesi di galera? Opera della Lega. La legalizzazione delle "ronde cittadine" per far regnare l'ordine e la tranquillità? Ancora la Lega. L'operazione "Bianco Natale" in una piccola città della Lombardia per recensire ed espellere gli immigrati clandestini prima delle feste? La Lega, sempre lei.
Una propaganda elettorale vincente: la Lega raccoglie quasi il 30% dei consensi in certe province del Nord e la sua influenza guadagna terreno. "Per la prima volta in Italia dopo il fascismo, forme di razzismo vengono assunte al vertice delle istituzioni", spiega Enrico Pugliese, sociologo dell'Università La Sapienza di Roma. "Questa legittimazione della xenofobia porta a condotte violente sempre più esplicite".
Nella città di Romeo e Giulietta, gli immigrati rappresentano il 13% della popolazione. Sono divenuti invisibili, confinati in quartieri periferici. La pace sociale, per il sindaco, riposa su un solo pilastro: il rispetto delle regole. "Il sindaco precedente era troppo lassista", spiega: "Ha lasciato che gli immigrati si installassero ovunque, nei parchi e nei giardini della città. Gli abitanti avevano paura. Noi abbiamo aumentato i controlli. Gli stranieri devono sapere che non possono vivere a casa nostra come se fossero a casa loro. L'Italia non è un paese razzista, ma chi non è in regola deve essere punito".
Gli immigrati puniti, quelli che hanno come unico documento un permesso di soggiorno scaduto ed un foglio di via, li ritroviamo a Caserta, in Campania. La "Tenda di Abramo" è uno dei numerosi centri di accoglienza per quegli africani cui sia riuscito di raggiungere per mare l'Italia prima che l'accordo sui respingimenti con la Libia prosciugasse quel canale d'immigrazione. Sistemato tra due terreni abbandonati, questo squallido edificio, concepito per una ventina di persone, oggi ne ospita 70. Dormono in sei o in otto per camera.
Assim, giunto dal Togo un anno e mezzo fa, racconta: "Tutti i giorni, verso le quattro e mezza, ci rechiamo su una delle rotonde della città. Vengono a prenderci per i lavori edili. Altre volte si tratta invece delle piantagioni di tabacco. Le giornate lavorative durano dall'alba al tramonto. Mi pagano 25 euro al giorno". Il datore di lavoro non impiega mai due volte di seguito gli stessi immigrati, per timore di essere riconosciuto e denunciato. "Vi capita di stringere buoni rapporti con loro?", chiediamo. "Ci prendono per lavorare, mica per chiederci come stiamo", risponde sferzante Michel Djibo, un ivoriano.
Andare in giro, avere contatti con la popolazione? Troppo rischioso. Ed anche troppo umiliante. "Nei bar, se chiediamo un caffé, ce lo servono in un bicchiere di plastica. Come se fossimo malati". Mamadou, ivoriano, ha le lacrime agli occhi: "Qui la vita è troppo difficile. Occorre un documento prima di poter cominciare a vivere, a lavorare, a trovar casa. I neri vivono male, malissimo. Viviamo in gabbia. Gli italiani ci trattano come cani. No, nemmeno. Gli animali li trattano meglio". Gianluca Castaldi, che gestisce questo centro d'accoglienza, cerca di spiegare: "Non si tratta necessariamente di razzismo, ma d'invidia. Per i giovani del posto, il massimo dell'ambizione sociale è ottenere un'indennità di disoccupazione. Vedono arrivare della gente che ha rischiato la propria vita per far lavori che loro rifiutano. In fondo, invidiano il loro coraggio".
Ridotti in uno stato di schiavitù, questi immigrati non hanno scelto l'Italia per caso. Interi settori dell'economia, dell'edilizia e dell'agricoltura, si basano sull'impiego di immigrati clandestini. Più la loro posizione è irregolare e più essi sono malleabili e assoggettabili. "Gli immigrati continueranno a sfidare ogni legge, anche la più restrittiva, finché sapranno che in Italia non c'è bisogno del permesso di soggiorno per lavorare", scrive l'economista Tito Boeri, su Repubblica.
La situazione non va che peggiorando. Gli immigrati devono oramai attendere dai cinque agli otto mesi per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno, mentre la legge prevede un tempo massimo di venti giorni. Volontà deliberata di lasciare questa gente nella precarietà al fine di poterla meglio sfruttare? "La legge produce volontariamente la clandestinità. E' una forma di discriminazione istituzionale", risponde Shukri Saïd, fondatrice dell'associazione Migrare, che ha condotto un lungo sciopero della fame per denunciare le lentezze dell'amministrazione.
Direttore dell'istituto di studi sociali Censis, che da più di quarant'anni sonda la vita degli italiani, il sociologo Giuseppe de Rita assicura, lui, che, "nei confronti degli immigrati, gli italiani non sono più razzisti degli altri europei, tuttavia sono abitati da un sentimento di superiorità". "Nel 1943 i napoletani", spiega, "hanno provato a raggirare gli americani che venivano a liberarli. Gli italiani si sono sempre sentiti più forti degli ultimi arrivati".
Philippe Ridet, Le Monde, 2.02.2010
(traduzione di Daniele Sensi)