E' un problema
noto
presso la comunità open source: il sistema a verifica incrociata che
sovrintende alla sicurezza della navigazione in Rete può, in determinate
circostanze, entrare in corto circuito. E il corto circuito pare si sia
verificato nella Tunisia di Ben Ali.
Innanzitutto: cosa succede quando nella barra del nostro browser digitiamo il nome del sito che intendiamo visitare?
Gli estremi identificativi di un sito sono due: la sua URL (l'indirizzo
alfabetico, del tipo www.google.com) e il suo IP (l'indirizzo
numerico, del tipo 72.14.207.99, che del sito indica la posizione
“fisica” , ovvero le “coordinate geografiche” del server su cui esso
materialmente risiede). La corretta corrispondenza tra URL e IP viene
tenuta da particolari registri, i server DNS: noi scriviamo
www.google.com e il DNS, interrogato dal browser quando premiamo INVIO,
traduce in 72.14.207.99, garantendoci l'accesso al sito autentico.
Questo
in condizioni “normali”, ovvero quando i “registri” DNS e gli
indirizzi URL siano “amministrati” da soggetti diversi, esterni l'uno
all'altro. Laddove il soggetto sia il medesimo (ad esempio un regime
illiberale alle prese con una insurrezione 2.0) le corrispondenze DNS
possono venire “taroccate”: noi scriviamo www.google.com e il server
traduce in un indirizzo IP farlocco, dirottandoci verso un sito che
sembra Google ma che Google non è. Problema da poco se ci limitiamo ad
interrogare il motore di ricerca: ma se volessimo accedere alla nostra
casella di posta GMAIL? Inserendo nome utente e password, forniremmo le
nostre credenziali di accesso al soggetto taroccatore, il quale
potrebbe servirsene per prendere il controllo del nostro account. Si
tratta del "phishing", la stessa tecnica adottata da chi tenta di carpire
le nostre coordinate bancarie inviandoci email che ci pregano di
“loggarci”, per motivi di sicurezza, al sito -farlocco- della nostra banca.
Per arginare
il rischio di phishing, laddove sia necessario lo scambio di “dati
sensibili” entrano in gioco particolari protocolli: le connessioni
protette HTTPS (HTTP+S, sicurezza). In breve: tra le due “chiavi”,
quella dell'utente e quella del sito, ne viene frapposta una terza,
tramite lo scambio di certificati digitali. Noi scriviamo l'indirizzo di
un sito, il browser chiede al sito di esibire il certificato e, se il
certificato viene riconosciuto come valido e sicuro, il browser dà modo
di procedere con la connessione. In caso contrario, il browser ci
avverte del pericolo tramite messaggi simili a
questo.
Quando un certificato viene riconosciuto valido e sicuro? Quando
l'autorità di certificazione che lo ha “firmato” compare tra quelle a
loro volta riconosciute come attendibili dal nostro browser.
Cosa è successo in Tunisia.Lo scorso giugno, il blogger Slim Amamou (attualmente membro del governo provvisorio tunisino) aveva
denunciato
un'attività di phishing messa in atto dagli stessi cyberpoliziotti di
Ben Ali: agendo sui DNS, il traffico in uscita dalla Tunisia verso GMAIL
veniva dirottato su un sito fraudolento. Errori di programmazione in
EasyPHP, la piattaforma utilizzata dai server malevoli, avevano fatto
insospettire gli utenti più smaliziati.
Il governo stava
letteralmente rubando gli account di accesso a a Google, ovvero ai
servizi ad esso connessi: non solo posta elettronica, ma anche Youtube e
Blogger. Nel giro di nemmeno 24 ore, Google, avvertita di quel che
stava avvenendo, per tutelare gli internauti tunisini era corsa ai
ripari, imponendo connessioni di tipo HTTPS all'intero traffico
proveniente dalla Tunisia. Con l'avvertimento di non procedere con il
login in caso di avviso di certificati non sicuri.
Problema aggirato? No. Nella
vicenda si è infilato quello che gli utenti Ubuntu sono soliti definire
“bug numero uno”: Microsoft detiene la maggioranza della quota di
mercato. E la maggioranza degli utenti Microsoft naviga con Internet Explorer.
Che qualcosa, nonostante Google, sia andato storto, lo rivela ora l'online francese RUE89, in un pezzo
scritto in collaborazione con la comunità open source tunisina e con la Federazione internazionale della lega dei diritti dell'Uomo.
Leggete questo
annuncio:
"The
National Digital Certification Agency has the great pleasure to
announce the inclusion of her root certificate in Microsoft Internet
Explorer browser in its last version launched in February 2007".
La
National Digital Certification è l'agenzia tunisina incaricata di
“firmare” i certificati digitali, ovvero le chiavi di sicurezza
“terze” utilizzate dal protocollo HTTPS per validare le proprie
connessioni. Con lampo di genio, le brillanti menti della Microsoft
avevano cioè deciso di includere l'ente certificatore tunisino tra
quelli riconosciuti dal browser Internet Explorer come seri, sicuri e
affidabili. Ogni livello di sicurezza veniva insomma messo direttamente
nelle mani della cyberpolizia di Ben Ali, la quale poteva ora non solo
creare siti farlocchi e dirottarvi il traffico agendo sui DNS, ma pure
aggirare lo scudo difensivo dispiegato da Google: l'utente scriveva
l'indirizzo di GMAIL, il DNS manomesso lo dirottava sul falso-GMAIL e
il browser richiedeva al sito l'esibizione di un certificato digitale
che subito veniva riconosciuto, se il browser era Internet Explorer,
come sicuro. Nome utente/password e Ben Ali prendeva il controllo
dell'account.
Morale: se proprio non potete fare a meno di
Windows, tenetevi almeno
alla larga da Internet Explorer.
Daniele Sensi