Non credo che la fede religiosa possa essere ridotta ad un mero fatto privato, tuttavia essa dovrebbe poter vivere, nella polis, per il solo tramite di quei cittadini che privatamente hanno preso a coltivarla. Sì da potersi manifestare, ad esempio, più che su una croce appesa ad una parete (e che in realtà impegna poco) nell'integerrima condotta di quegli amministratori i quali, proprio avendo la croce nel cuore, dovessero mettersi a gestire la cosa pubblica all'insegna del rispetto, dell'onestà e della tolleranza.
Questo per dire che, da cattolico di sinistra, il miglior commento che abbia letto attorno alla polemica suscitata dalla sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo in merito alla presenza del crocifisso nelle scuole italiane, è, ancora una volta, quello di Eric Valmir, corrispondente dall'Italia per la radio pubblica francese. Traduco:
Tanto rumore per nulla?
Martedì la Corte europea dei diritti dell’uomo condanna la presenza del crocifisso nelle scuole italiane.
La sentenza provoca una serie di reazioni a catena nella classe politica italiana, facendo tra l’altro emergere la pesante influenza della Chiesa sui partiti di destra come su quelli di sinistra.
"La presenza del crocifisso nelle aule scolastiche italiane costituisce una violazione della libertà di coscienza e del diritto di ognuno di ricevere un’istruzione conforme alle proprie convinzioni". Corte europea dei diritti dell’uomo.
Febbraio 2006. La ricorrente, una madre italiana che non comprendeva il perché della croce nella scuola dei figli ad Abano Terme, vede la sua richiesta rigettata dal Consiglio di Stato: "Le croci possono restare nelle aule in quanto simboli dei princìpi fondamentali della tradizione civile italiana".
La Corte di Strasburgo pensa il contrario: "Lo Stato deve astenersi dall’imporre un credo in luoghi in cui le persone siano da esso Stato dipendenti. La presenza del crocifisso può essere fastidiosa per alunni atei o di altre confessioni, in particolare per coloro che appartengono a minoranze religiose".
In Italia gli esponenti del governo Berlusconi sono i primi a reagire. Vergognoso e offensivo sono le espressioni che ricorrono maggiormente. Berlusconi fustiga ad alta voce un’Europa dal contestabile buonsenso.
A Berlusconi, politicamente parlando, questa vicenda torna utilissima. Perché gli permette di rispondere a sua volta a quella stessa Europa che puntualmente richiama Roma all’ordine, ora per la gestione dei rifiuti, ora per il modo di trattare i migranti. Che Europa è, dunque, quella che pretende darci lezioni?
Sulla scena politica interna, Silvio Berlusconi prende di petto la difesa della Chiesa. Da mesi il presidente del Consiglio e il Vaticano erano in aperto conflitto: la Santa Sede non apprezzava le scappatelle private del capo del Governo. La tensione, sfociata in una guerra editoriale tra il quotidiano berlusconiano Il Giornale e la stampa cattolica, aveva anche portato alle dimissioni del direttore di Avvenire, il giornale dei vescovi italiani.
Grazie al crocifisso, eccoli, il governo italiano e il Vaticano, gomito a gomito, impegnati nella medesima strategia difensiva.
Il cardinale Bertone, a nome di Benedetto XVI, afferma di apprezzare il ricorso presentato dal governo italiano: "Non possiamo interferire sulle decisioni della Corte europea ma apprezziamo il ricorso (…). Questa Europa del terzo millennio ci lascia solo le zucche delle feste recentemente ripetute e ci toglie i simboli più cari".
Più moderato e argomentato l’editoriale dell’Osservatore Romano, pubblicazione del Vaticano: "La decisione dei giudici di Strasburgo sembra ispirata a un'idea di laicità dello Stato che porta a emarginare il contributo della religione alla vita pubblica. (…) è nell'accoglienza e nel rispetto delle diverse identità che si difende l'idea di laicità dello Stato".
E viene quindi avanzato un legame diretto con la cultura:
"L’Italia ha una sua cultura, una sua tradizione e una sua storia". Rocco Buttiglione, ex ministro della cultura di Berlusconi.
"Il crocifisso in classe non significa adesione al cattolicesimo, ma è un simbolo dell’eredità culturale italiana". Mariastella Gelmini, attuale ministro dell’Istruzione.
"Il crocifisso è segno della nostra tradizione culturale". Paola Binetti, cattolica di sinistra.
"E le radici cristiane dell’Europa, culla della nostra cultura?". Pierferdinando Casini, Unione dei democratici cristiani.
Il quadro delle reazioni, così come esso viene rappresentato dalla vetrina mediatica, lascia intendere che l’Italia intera sia in rivolta contro la decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo.
Ma le voci riprese dalla stampa appartengono tutte ad una classe politica che subisce ancora oggi il peso della Chiesa.
Le reazioni indignate provengono tutte dal Vaticano e dintorni.
Ma perché allora marcare questo microcosmo politico e religioso con il termine generico di "Italia" o di "italiani"?
Sappiamo ciò che pensano gli italiani -i cittadini- di questa storia?
E per essere del tutto onesti, perché nessun giornale accenna al successo dell’Uaar (Unione degli atei e agnostici razionalisti italiani) in prima linea in questa battaglia giudiziaria? Avete potuto leggere anche una sola loro reazione?
Agli occhi dell’Uaar, la decisione della Corte europea è una grande vittoria. L’influenza dell’Uaar è in aumento in Italia grazie alle campagne di "sbattezzo".
Dall’inizio dell’anno, circa 4500 italiani ogni mese chiedono di essere "sbattezzati". Dinanzi a simile fenomeno, e per imposizione legale, la Chiesa ha dovuto aggiungere una nota nel margine dei registri di battesimo per coloro che non volessero più, un domani, essere considerati cattolici.
Ovviamente la Conferenza episcopale italiana parla di movimenti minoritari e irrisori…
Ed ovviamente il presidente onorario dell’Uaar, Margherita Hack, astrofisica, conferma che "L’Italia è un paese clericale in cui la Chiesa gioca un ruolo dominante nel campo dell’etica"…
Ma per quale motivo, in questo dibattito, non viene riportata la posizione degli atei italiani?
Servizi televisivi che parlano di paesi europei solidali e scandalizzati dalla decisione di Strasburgo con, a supporto, reportage realizzati presso gli ultra cattolici polacchi. Ma andando presso gli ultra atei cechi non si sarebbe ottenuto l’effetto opposto?
Nel 2008 l’istituto Eurispes ha pubblicato un’inchiesta: il 47,8% degli italiani dice di aver fiducia nella Chiesa.
Meno di un italiano su due = l’Italia intera?
Peccato che si siano sentite solo grida, insulti e reazioni indignate, visto che il pronunciamento della Corte europea dei diritti dell’uomo poneva i termini per un dibattito appassionante che non avrà luogo.
Perché, come dice Silvio Berlusconi, la sentenza dei giudici di Strasburgo non è vincolante. I crocifissi possono restare al proprio posto. Ma allora perché tanta agitazione?
Eric Valmir, 6.11.2009
(traduzione di Daniele Sensi)






