sabato 16 febbraio 2008

Bernard-Henri Lévy e l'umanitarismo

Nel 1994 Bernard-Henri Lévy annotava: "l’integralismo non è più una minaccia, è già qui. Esso avanza, ogni giorno. Ebbene, cosa gli opponiamo? L’Umanitario. Cioè niente. Ed è un segno, temibile, del cattivo stato della civiltà democratica".

Lèvy non mette in discussione i meriti delle organizzazioni umanitarie, cui pure riconosce un ruolo di rilievo nella battaglia antitotalitaria. Dell’umanitarismo egli attacca l’essenza ideologica e ciò che essa comporta quando sopraggiunge confusione tra l’umanitario e il politico.

Perché da un lato "si fa sempre politica, anche, e soprattutto, quando si pretende di farne affatto", e quindi la "carovana umanitaria" può finire con l’aiutare i "signori della guerra", come nel 1986, quando molte ONG di fatto parteciparono alla ristrutturazione della geografia umana e fisica dell’Etiopia voluta da Menghistu.

Dall’altro lato si assiste alla riduzione di problemi di carattere politico e militare a questioni umanitarie, "da parte di Stati divenuti incapaci di pensare politicamente e che si servono dell’umanitario per mascherare la propria indigenza", facendo sì "che lo stato tutto intero divenga un grande medico collettivo", il cui "obiettivo non sarà - che idea! - fermare gli assassini ma consolare le loro vittime e di permettere loro, almeno, di morire a stomaco pieno".

È quell’umanitarismo che durante la guerra di Bosnia mentre diceva agli assediati di Sarajevo: "noi non abbiamo né il diritto né il dovere di salvarvi", distribuiva loro cibo, "come se si fossero distribuiti panini alle porte dei campi di concentramento".

Un umanitarismo che fa il paio con una certa ideologia dei diritti dell’uomo, "che in questa accezione diventano un discorso di banalizzazione del Male, che, partendo dalla giusta idea che ogni vittima merita simpatia e soccorso, approda alla falsa idea che tutte le vittime si equivalgono e che non è il caso di distinguere né tra i tipi di simpatia che esse devono ispirarci né fra le ragioni della loro sofferenza.".

Già nel 1983 Lévy denunciava il rischio che il tema dei diritti umani potesse "servire da ultima cauzione alle ideologie che esso si era proposta di combattere; occultando per esempio il problema di ciò che fonda la trama di un legame sociale totalitario, e, con il pretesto di un sostegno senza riserve alle singole vittime, fuggendo alla questione chiave del nostro tempo che è quella della rivoluzione democratica".

Perché può esistere discrepanza tra l’umanitarista e il democratico. Lévy ci ricorda che il democratico non è un ottimista, bensì un pessimista: un democratico è e deve essere rassegnato all’idea che non possano esistere società senza zone d’ombra, perché "negare la radicalità del male è sempre un modo di rinforzarlo; il male sbarrato, cioè respinto, soffocato, è un male che si ripresenta con una virulenza decuplicata".

L’umanitarismo votato all’ottimismo "con la sua nostalgia di un mondo innocente in cui tutti gli uomini possano essere fratelli, con il suo ripeterci che va sradicato l’odio" è parte della regressione dell’antifascismo contemporaneo, perché "il pessimismo filosofico è, ben più dei diritti dell’uomo, la vera acquisizione del pensiero democratico degli ultimi vent’anni".

Il problema è che "l’umanitarismo è un vitalismo. Invece di darsi come il democratico un’immagine nobile dell’uomo, e di pensarlo come un’anima o uno spirito e di rivolgersi a ciò che fa di lui, anche se sofferente, un essere di linguaggio e di pensiero – l’umanitarista lo riduce a quel principio di vita che condivide con gli animali e a cui già lo aveva ridotto il boia" .

E se in guerra è ben difficile ai medici curarsi pure delle anime o resistere al vitalismo, tuttavia si può "nel magma indifferenziato di ferite e sofferenze, tentare, anche con le parole, di operare la distinzione tra massacratori e massacrati." Spetta "a quelli che non curano, o a quelli che curano e parlano, o a quelli la cui funzione è parlare mentre gli altri curano, di non nutrire questa illusione di una umanità uniformemente dannata".

Ma come operare questa distinzione quando si ritiene che "gli uomini sono solo corpi, che questi corpi sono solo materia e che, dal momento che niente assomiglia di più a un mucchio di materia di un altro mucchio di materia, è non soltanto illegittimo e scandaloso, ma impossibile distinguere fra le vittime e conferire uno statuto speciale, per esempio, alla Shoah"?

Daniele Sensi, Orizzonti Nuovi, 16/07/2007

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